Evento ”Terra Futura”: 20-22 maggio 2011

di Mariella Commenta

40 milioni di persone hanno abbandonato le proprie terre nel 2010 a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici
Legambiente: ”Importante riconoscere giuridicamente i profughi ambientali come rifugiati”
Solo nel 2010 sono state 40 milioni le persone costrette a lasciare le proprie terre a causa dei cambiamenti climatici. È questo l’allarme lanciato da Legambiente che, nel corso di Terra Futura, la mostra-convegno sulle buone pratiche a Firenze fino al 22 maggio, ha presentato il dossier ”Profughi ambientali: Cambiamento climatico e migrazioni forzate”. Secondo il dossier, se fino a qualche anno fa erano le guerre la causa principale delle emigrazioni di massa, oggi gli eventi metereologici estremi causati dal surriscaldamento del Pianeta rappresentano il fattore in assoluto predominante. Basta pensare che nel 2008 ben 20 milioni di persone sono state costrette a spostarsi temporaneamente o definitivamente in seguito ad alluvioni, desertificazione e fenomeni atmosferici estremi, contro i 4,6 milioni di profughi creati da guerre e violenze.

Un fenomeno dai tratti inquietanti se si considera che, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, entro il 2050 si arriverà a 200, forse addirittura a 250 milioni di rifugiati ambientali con una media di 6 milioni di persone all’anno. Ma secondo lo studio di Legambiente a pagare già oggi le conseguenze di tsunami, desertificazione, alluvioni e eventi metereologici eccezionali sono i popoli del Sud del mondo dove ben l’80% non può permettersi di fuggire. La conferma arriva anche dallo UNDP secondo cui dei 262 milioni di persone colpite da disastri climatici tra il 2000 e il 2004 ben il 98% viveva in un paese in via di sviluppo.
Ma oltre alla correlazione tra impatti ambientali e povertà, quello che emerge dal dossier è che a pagare le conseguenze dei danni provocati dai mutamenti climatici è in primo luogo il genere femminile. Le donne, infatti, sono le prime vittime dei disastri ambientali con un rapporto di 3 a 1 rispetto agli uomini per la loro posizione di svantaggio sociale rispetto al genere maschile nelle aree povere del mondo. Lo dimostra anche uno studio della London School of Economics, secondo cui su un campione di 141 paesi presi in considerazione dal 1981 al 2002 si è constatato che i disastri naturali uccidono più donne che uomini o donne in età più precoce rispetto agli uomini.
”Gli effetti dei cambiamenti climatici sono già una drammatica realtà in molti Paesi che pagano un prezzo alto in vittime e sfollati– ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente -. Non si può pensare di intervenire solo in modo emergenziale sugli eventi catastrofici, è necessario, invece, affrontare l’emergenza climatica e umanitaria, partendo da efficaci politiche di cooperazione internazionale. In questo senso il primo importante passo da compiere è l’immediato riconoscimento giuridico dei profughi ambientali, ad oggi ancora non riconosciuti come ‘rifugiati’ dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967”.
Per ripercorrere gli eventi del 2010 che hanno determinato lo spostamento di 40mila persone a causa dei mutamenti climatici bisogna partire dalla Thailandia, dove a causa delle inondazioni dello scorso ottobre quasi 7 milioni di persone si sono ritrovate senza casa, senza infrastrutture e senza mezzi di sussistenza. In Pakistan i numeri sono ancora più drammatici: le piogge e inondazioni di luglio hanno provocato 2mila morti e coinvolto 20 milioni di persone. In Cina i morti sono stati più di 3mila, oltre mille i dispersi, 200 milioni le persone colpite dagli effetti delle inondazioni, di cui almeno 15 milioni gli sfollati e evacuati in massa. Maltempo e inondazioni non hanno risparmiato nemmeno lo Sri Lanka con 27 morti e più di 1 milione di persone costrette a lasciare le proprie case.
Anche il continente africano non è immune da questo tipo di rischi, esattamente come previsto negli studi Intergovernmental Panel on climate change (IPCC), l’istituzione delle Nazioni Unite incaricata di monitorare i cambiamenti climatici il 2010 è stato un anno nero per la Somalia, colpita da una micidiale ondata di siccità che ha provocato 431.000 rifugiati ambientali che hanno oltrepassato il confine e si sono spostati in Kenya e altri 300.000 rifugiati che, invece, si sono posizionati vicino alla frontiera kenyota. Nel gennaio del 2011 l’Africa è nuovamente oggetto di cronaca: Botswana, Mozambico, Namibia, Zimbabwe, Zambia e Sud Africa hanno dovuto far fronte a pesanti piogge e inondazioni che hanno provocato più di 20 mila sfollati.
In Sud America il caso eclatante è quello della Bolivia, dove persistenti piogge hanno provocato inondazioni, frane e smottamenti nella capitale La Paz, specialmente nei suoi quartieri più poveri, causando il crollo di 400 abitazioni e colpendo almeno 5.000 persone. Sempre nello stesso anno è il Brasile a esser colpito da violente piogge che inondano le aree attorno a Rio de Janeiro e causano più di 700 morti e 14.000 sfollati.

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