Il primo giorno da leader del nuovo segretario del Pd

 Dario Franceschini giura sulla Carta e attacca Berlusconi, che ribatte alle accuse e ribadisce l’ assoluta fedeltà alla Costituzione. “Il presidente del Consiglio ha in mente un paese in cui il potere viene sempre più tacitamente concentrato nelle mani di una sola persona. Questo è contro la Costituzione su cui il presidente del Consiglio ha giurato fedeltà” ha detto il neo segretario del Pd che si è recato davanti al Castello estense, luogo in cui furono trucidati 13 cittadini innocenti dalle squadre fasciste. Un gesto simbolico nel primo giorno da leader del Pd, accompagnato dal padre, ex partigiano, sulla cui vecchia copia della Costituzione ha giurato fedeltà alla Carta. “Non è il momento della delusione – aggiunge Franceschini – dell’ astensionismo o del disimpegno, ma è il momento in cui tutti gli italiani che credono nei valori condivisi che hanno fatto nascere la Costituzione, dall’ antifascismo alla resistenza, in modo pacifico e democratico comincino una lunga battaglia per difendere la democrazia italiana”.

Tagli al Quirinale. secondo anno consecutivo di “risparmi”

 Diminuzione delle uscite per beni e servizi, ma anche riduzione complessiva delle retribuzioni del personale. Questo il programma. Nel 2009, il Quirinale costerà allo stato italiano circa sei milioni (6.133.000 euro) in meno rispetto al 2008. È il dato principale della Nota illustrativa del bilancio di previsione dell’ amministrazione della Presidenza della Repubblica per il 2009 presentata ieri dal Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra. L’ unico comparto che registra un incremento della spesa è quello pensionistico, con un aumento pari al 2,59 per cento, dovuto ai pensionamenti previsti per il 2009: conseguenza obbligata della normativa, comune agli organi costituzionali, che pone gli oneri pensionistici a carico dei rispettivi bilanci.

Dario Franceschini: nuovo segretario del Pd

 Un’ elezione meno problematica di quanto si pensasse. Ma ora comincia la fase più difficile. Il discorso con cui Dario Franceschini si è candidato ha coinvolto molti, ma altrettanti si chiedono se il nuovo segretario riuscirà nell’ impresa di rimettere in piedi un partito in forte crisi. Franceschini però si è posto un obiettivo: dare una sterzata al progetto del Pd veltroniano. Su quanta discontinuità ci stia tra Franceschini e Veltroni si è aperto il dibattito all’ assemblea. E se Enrico Letta parla di discontinuità assoluta, i veltroniani, invece, si dicono rassicurati di aver letto nelle parole di Franceschini tutta l’ ispirazione del Lingotto.
Certo, su alcuni punti (i temi etici, l’ unità sindacale, la collocazione europea), Franceschini ha fatto passi avanti rispetto a Veltroni. Il segnale di discontinuità più evidente comunque è nella struttura del partito a cui Franceschini inizierà a lavorare subito. Un partito solido, radicato. Di certo, non liquido. Da ieri sera Franceschini ha iniziato a lavorare ai nuovi organismi dirigenti visto che coordinamento e governo ombra sono stati azzerati.

Il Pd verso una reggenza Franceschini

 L’ orientamento prevalente è quello di affidare a Dario Franceschini la guida del partito fino al congresso. Frastornato per l’ improvvisa uscita di scena di Veltroni, al gruppo dirigente del Pd è sembrata questa la via d’ uscita più praticabile. Tuttavia, si è aperta una riflessione all’ interno del partito. La soluzione-ponte di Franceschini non è convincente per la maggior parte dei dirigenti, che ha molti dubbi al riguardo. Dubbi che riguardano la solidità dell’ operazione che rischia di essere percepita come una soluzione da “ceto politico” e non in grado di intercettare la richiesta di cambiamento che viene dalla base del partito. Per questo, infatti, viene giudicata importante la riunione di ieri sera con i segretari regionali a cui ha partecipato Dario Franceschini. Un incontro per sondare gli umori del territorio e capire se c’ è il sostegno alla “reggenza” dell’ attuale numero due del Pd.

Letizia Moratti: “Per l’ Expo un commissario c’ è già, e sono io”

 Tolte al Sindaco di Milano le competenze sulle infrastrutture. Privilegiato Formigoni. I pochissimi che l’ hanno vista a Palazzo Marino l’ hanno trovata “amareggiata, ma determinata”. Da alcuni giorni Letizia Moratti era stata avvertita che il ministro dell’ Economia Giulio Tremonti – con l’ appoggio di Ignazio La Russa e del leader della Lega Umberto Bossi – sarebbe stata costretta a rinunciare al fidato Paolo Glisenti come prossimo amministratore delegato della società di gestione dell’ Expo. Ma non sapeva ancora che avrebbero tolto alla Expo Spa e a lei, in qualità di commissario straordinario, le competenze sulle infrastrutture direttamente collegate al sito espositivo, che saranno invece di competenza del Tavolo Lombardia, in ultima analisi del governatore Roberto Formigoni. Così si è deciso ad Arcore. Una decisione sostenuta anche da Bossi. Un colpo basso per Letizia Moratti, che ha sempre sostenuto di avere ottimi rapporti personali con Bossi. Ma il Senatùr aveva i suoi motivi, anche in previsione che l’ anno prossimo, al termine del mandato di Formigoni, ai piani alti del Pirellone si possa insediare il sottosegretario leghista Roberto Castelli.

No a una reggenza precaria. Congresso subito

 Con tutto il rispetto dovuto a Dario Franceschini, non sembra proprio il caso di perdere tempo nominando reggenti e rinviando il confronto, o lo scontro, e insomma il congresso, al prossimo autunno. Si sa, i tempi tecnici di un congresso sono lunghi, ma in certi frangenti la volontà politica deve pur trovare la strada per imporsi. Purché il congresso non si svolga per procura. I protagonisti veri della contesa, quelli chiamati a far capire alla loro gente e all’ opinione pubblica qual è il “nuovo” di cui sono portatori, devono scendere in campo con le loro idee e con i loro programmi. Tutto questo il Pd lo deve in primo luogo a se stesso e alla sua gente e alle reiterate divergenze all’ interno del partito stesso. E così si è trovato all’ improvviso a stabilire se ha un futuro o se la sua storia è finita prima ancora di cominciare. Ma lo deve pure a quella democrazia italiana di cui voleva essere la principale forza di rinnovamento.

Il futuro del Pd: Pierluigi Bersani favorito dagli iscritti

 Chi potrebbe essere il nuovo leader del Pd? La coppia Bersani-Letta starebbe bene? Tutta una corsa a individuare il prossimo leader. Piace l’ ipotesi dell’ ex ministro emiliano segretario. “Spero in Bersani”, conferma Alberto Marani alla sezione romana del Pd centro storico. Tra la base ex ds c’ è una prevalenza di consenso per Pierluigi Bersani, perché rappresenta una sorta di garanzia, di sicurezza rispetto al passato. Lo dicono i militanti nei circoli, soprattutto i 50 – 60enni; lo ribadisce il sondaggio pubblicato sul sito di Repubblica, dove l’ ex governatore dell’ Emilia è stato votato dal 20% degli oltre 60 mila che hanno partecipato. È il nome che ricorre anche nei dibattiti in radio: “È l’ unico nominato da qualcuno dei nostri ascoltatori”, racconta Danilo De Biasio, direttore della storica frequenza di sinistra milanese, Radio Popolare, “ma non è molto indicativo: perché in realtà tra i nostri ascoltatori prevale una critica che include tutto il gruppo dirigente”. La stessa critica si legge sui blog di Internet: “Veltroni si è dimesso! E D’ Alema, Latorre, la Binetti & C. E tanti altri restano?”, si legge, più o meno uguale, in quasi tutti i messaggi sul sito del Pd.

Il Cavaliere: il “padrone” della politica italiana

 Dopo la vittoria del centro destra in Sardegna Silvio Berlusconi è diventato il primo dominus della politica italiana. In Sardegna ha rischiato abbastanza, ma in un colpo solo ha riaffermato la sua premiership nel centro destra e ha liquidato il leader del Pd, Walter Veltroni che si è dimesso, e il potenziale leader di domani, Renato Soru. Il segreto della sua politica è nella ricerca del consenso e del suo uso. Berlusconi non punta sul tatticismo e sui giochi di Palazzo, ma punta tutto sul consenso ogni volta che è in difficoltà. Anche per questo non c’ è da meravigliarsi molto se ha deciso di mettersi in gioco in prima persona nelle elezioni sarde. Il consenso è l’ unico strumento che il premier ha a disposizione per riportare alla ragione alleati troppo litigiosi, per liberarsi degli stop istituzionali quando diventano troppo stretti o, ad esempio, per sbaragliare un Pd che lo descrive come il Cavaliere nero.