Pd: il partito riformista senza riforme

di Mariella Commenta

Le cause? Gli errori del capo oppure le troppe idee inconciliabili? Il fallimento di Walter Veltroni come leader del Partito democratico non può essere spiegato solo con i suoi limiti personali e politici, che pure non sono mancati. Il fallimento non si chiama Veltroni, ma Partito democratico, un Partito di cui il leader dimissionario è stato l’ interprete più fedele. Un Partito sarebbe una associazione di persone che hanno più o meno le stesse idee sul mondo: questo il Pd non lo è mai diventato. Perché quelli che lo dirigono, lo sostengono e lo votano hanno opinioni molto diverse, spesso anche opposte, su ogni singola questione. Dall’ economia al lavoro, dalla giustizia alla bioetica, dalle alleanze fino al tipo di opposizione da fare. Negli scorsi anni, e ancora oggi, ci hanno spiegato che il Pd è nato per unire i riformisti, quindi che si tratta del più grande Partito riformista presente in Europa, un esperimento unico nel suo genere che mette insieme le due grandi culture uscite dal Novecento.

E tuttavia queste due grandi culture hanno dimostrato la loro incapacità di stare insieme. Un tempo i riformisti si contrapponevano ai rivoluzionari: gli uni sostenevano un cambiamento graduale e progressivo della società, gli altri la presa del Palazzo d’ Inverno, un atto violento che rovesciasse il regime. Ma i rivoluzionari si sono estinti da tempo, mentre i riformisti continuano a chiamarsi così rivendicando un concetto che però ognuno è libero di interpretare a modo suo.

Il Pd non è riformista? Ma chi è il vero riformista? Quello che sta con Di Pietro o quello che sta con Casini o con Bertinotti? È più riformista stare con la Cgil che sciopera o con la Cisl che firma il contratto di Berlusconi? E in Europa, con quali riformisti finiranno i riformisti del Pd: con i socialisti, con qualcun altro o da soli? In realtà non si tratta di una scelta, ma di una non scelta ovvero di una linea.

“Ma anche” di Veltroni è esattamente una linea: stare con gli operai ma anche con i padroni, vogliamo il dialogo con Berlusconi ma anche salvare l’ Italia da Berlusconi, siamo alleati di Di Pietro ma anche contro di lui, stiamo con i magistrati ma anche contro di loro, vogliamo costruire il partito del nord ma anche quello del sud… La colpa di tutto questo non è solo dell’ ex segretario. Certo, lui ha amplificato a dismisura questa tendenza a tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Ma oggi che lui lascia, sarebbe forse il caso di riflettere su quello che resta.

E, soprattutto, non sarebbe meglio che le due grandi culture presenti nel Pd, quella laica e socialista da un lato e quella cattolico – democratica dall’ altro, si separassero per poi allearsi quando serve? D’ Alema e Veltroni hanno definito quest’ ipotesi una “fesseria”. Ma non lo è. Soprattutto guardando il bilancio di questo Partito che doveva essere la grande novità politica del nostro Paese e che invece non ha funzionato, perché le idee non si sono accordate e hanno prevalso le ambizioni personali. Le incapacità di direzione hanno fatto il resto. Forse due timonieri che sanno navigare insieme potrebbero anche riportare il centrosinistra italiano in porto, pur sfidando i rischi di una lunga e burrascosa traversata.

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