L’ Italia verso la preistoria energetica. Dossier Legambiente “Carbone: vecchio, sporco e cattivo”

di Mariella Commenta

 Via libera alla centrale di Saline Joniche (Rc): 39 milioni di tonnellate di CO2 in più emesse dai nuovi progetti a carbone. “Una scelta folle che garantisce maggiori utili alle aziende e solo maggiori costi ai cittadini”. Continua la folle marcia indietro dell’ Italia verso la preistoria energetica. Dopo Civitavecchia, Vado Ligure, Fiumesanto e Porto Tolle, l’ ok della Commissione Via nazionale alla nuova centrale a carbone di Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria. Superano così i 32 milioni le tonnellate di CO2 in più all’ anno prodotte dagli impianti a carbone autorizzati, che diverranno 39 milioni circa con le future autorizzazioni. Un livello di emissioni altissimo che contrasta in modo evidente con l’ impegno assunto dal nostro Paese in sede europea per ridurre i gas serra di 60 milioni di tonnellate entro il 2020. È questo lo scenario delineato dal dossier di Legambiente Carbone: vecchio, sporco e cattivo sull’ inquinamento causato dal combustibile killer del clima, presentato a Reggio Calabria.

Il quadro che emerge dal dossier di Legambiente è quello di un’ Italia che dovrà necessariamente giocare sulla produzione termoelettrica la partita strategica per la lotta ai cambiamenti climatici, visto che si tratta del settore che emette la maggior quantità di gas a effetto serra. Nel 2007 le centrali termoelettriche, infatti, hanno rappresentato il 29% circa delle emissioni totali, che sono aumentate rispetto al 1990 del 17,6%.

Il carbone, propagandato come pulito ed economico, rappresenta il maggiore pericolo che il nostro Paese ha di fronte se vuole raggiungere gli obiettivi previsti dall’ Unione europea che impone all’ Italia una riduzione vincolante del 5,2% rispetto al 1990 da raggiungere entro il 2020. Infatti, se dovessero entrare in funzione tutti i progetti avviati e ormai conclusi (Civitavecchia), autorizzati fino ad oggi (Fiumesanto, Vado Ligure e Porto Tolle, a cui aggiungiamo Saline Joniche) o ipotizzati (Rossano Calabro), a regime si produrrebbero in più quasi 39 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 all’anno, a fronte dell’ impegno europeo preso dall’ Italia di ridurre le sue emissioni di gas serra di 60 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2020.

Secondo il rapporto di Legambiente, nel 2008 le 12 centrali a carbone in funzione sono stati gli impianti industriali che hanno sforato di più rispetto ai limiti sulla CO2 fissati dall’ Unione europea e pertanto dovranno pagare le multe più alte. Mentre i 600 impianti termoelettrici che bruciano altri combustibili hanno superato complessivamente il limite Ets (Emission trading scheme) di soli 2,8 Mt, le 12 centrali a carbone hanno sforato di 7,3 Mt di CO2. Ma non solo: a fronte di emissioni di CO2 pari al 30% del totale del settore elettrico italiano, queste centrali si limitano a produrre solo il 13,5% dell’ elettricità.

Nella classifica di Legambiente sul podio degli impianti a carbone a maggiore emissione di CO2 si trovano quello dell’ Enel di Brindisi Sud che, con 14,9 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 ha sforato di 3,9 Mt i limiti europei Ets, la centrale di Fusina (4,8 Mt), e l’ impianto Tirreno Power di Vado Ligure (4,3 Mt).

Sommando tutti i superamenti delle 12 centrali, il costo per il mancato rispetto dei limiti Ets ammonta per il 2008 a 88 milioni di euro, un prezzo che verrà interamente addebitato sulle bollette degli italiani e nei prossimi anni sarà destinato ancora ad aumentare: tra il 2009 e il 2012, infatti, il prezzo che le famiglie italiane dovranno pagare per il mancato rispetto degli impegni internazionali potrebbe superare il miliardo di euro.

“È arrivato il momento di fermare la politica energetica autolesionistica del nostro Paese – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – per rilanciare il sistema di produzione di energia, l’ industria, i trasporti e l’ edilizia, partendo dall’ innovazione e dalle tecnologie pulite. Diversi paesi lo hanno già capito, ma mancano all’ appello ancora paesi importanti come l’ Italia. Continueremo la nostra vertenza contro il carbone nell’ interesse generale, al contrario di quanto sta facendo il governo italiano che, nonostante lo spauracchio delle multe previste dai trattati internazionali, continua a prendere decisioni ambientalmente improbabili, a vantaggio di poche aziende energetiche e scaricando i costi sulla collettività”.

Ben diverso il potenziale energetico delle rinnovabili che confrontato con quello del carbone risulta di gran lunga superiore: secondo lo scenario elaborato per Legambiente dall’ Istituto di Ricerche Ambiente Italia nel 2020 con le sole rinnovabili si può arrivare a produrre circa 100.000 GWh all’anno di energia elettrica contro i 50.000 GWh all’ anno prodotti ipoteticamente dai progetti di nuove centrali a carbone.

Con le fonti pulite è poi possibile sfruttare quasi 12 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di energia termica, mentre su questo fronte l’ apporto del carbone risulta pari a zero, visto che l’ energia prodotta dalle centrali verrà usata solo per produrre elettricità e non calore.

A rendere ancor meno comprensibili i progetti di nuove centrali ci sono poi le enormi potenzialità che ha l’ Italia nell’ efficienza energetica nel residenziale, nel terziario e nell’ industria, che nel 2020 potrebbe permettere di tagliare circa 91.000 GWh all’ anno di energia elettrica – quasi il doppio di quanto si ipotizza di produrre con il carbone – e oltre 12 Mtep di energia termica. Impietoso è poi il confronto sulle prospettive d’ impiego: mentre i progetti di nuove centrali a carbone potrebbero garantire nei prossimi dieci anni non più di 3.200 posti di lavoro si stima che le rinnovabili possano crearne 135mila.

“Oltre al non rispetto degli obblighi internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici, con i nuovi progetti di impianti a carbone si sta consumando un pesante strappo a livello locale, soprattutto nei confronti delle Regioni che hanno un ruolo fondamentale nella pianificazione energetica, sancito dalla Costituzione – ha dichiarato Antonino Morabito, presidente di Legambiente Calabria -. Se c’ è un tratto distintivo delle autorizzazioni energetiche concesse negli ultimi anni, infatti, è proprio l’ assoluta centralizzazione delle decisioni, portata avanti anche a scapito di leggi, piani e pareri regionali. Questo è il caso anche della centrale di Saline Joniche, in via di approvazione contro il parere della Regione Calabria”.

“Questo nuovo progetto – ha dichiarato Nuccio Barillà del direttivo nazionale di Legambiente – oltre a aumentare l’ inquinamento locale sarebbe l’ ennesimo tassello del disegno, coloniale e fallimentare di cattiva industrializzazione della Calabria. Il nostro territorio, nel corso degli ultimi 35 anni, ha subito una cinica devastazione attraverso opere di grande impatto sull’ ambiente e fallimentari sul piano economico ed occupazionale. Legambiente non si limita alla contestazione di questo impianto, ma propone da tempo soluzioni alternative, concrete e realmente compatibili con gli aspetti naturalistici e culturali dell’ area. Per quanto riguarda il settore energetico occorre puntare, decisamente ed esclusivamente, sull’ innovazione tecnologica e le fonti energetiche alternative.

Il dossier è disponibile su http://www.legambiente.it

L’ ufficio stampa 06 86268353-99 – 79 – 76

Dossier Legambiente su “Carbone: vecchio, sporco e cattivo” combustibile killer del clima

Via libera alla centrale di Saline Joniche (Rc): 39 milioni di tonnellate di CO2 in più emesse dai nuovi progetti a carbone. “Una scelta folle che garantisce maggiori utili alle aziende e solo maggiori costi ai cittadini”

Continua la folle marcia indietro dell’ Italia verso la preistoria energetica. Dopo Civitavecchia, Vado Ligure, Fiumesanto e Porto Tolle, l’ ok della Commissione Via nazionale alla nuova centrale a carbone di Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria. Superano così i 32 milioni le tonnellate di CO2 in più all’ anno prodotte dagli impianti a carbone autorizzati, che diverranno 39 milioni circa con le future autorizzazioni. Un livello di emissioni altissimo che contrasta in modo evidente con l’ impegno assunto dal nostro Paese in sede europea per ridurre i gas serra di 60 milioni di tonnellate entro il 2020. È questo lo scenario delineato dal dossier di Legambiente “Carbone: vecchio, sporco e cattivo” sull’ inquinamento causato dal combustibile killer del clima, presentato a Reggio Calabria.
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Il quadro che emerge dal dossier di Legambiente è quello di un’ Italia che dovrà necessariamente giocare sulla produzione termoelettrica la partita strategica per la lotta ai cambiamenti climatici, visto che si tratta del settore che emette la maggior quantità di gas a effetto serra. Nel 2007 le centrali termoelettriche, infatti, hanno rappresentato il 29% circa delle emissioni totali, che sono aumentate rispetto al 1990 del 17,6%.

Il carbone, propagandato come pulito ed economico, rappresenta il maggiore pericolo che il nostro Paese ha di fronte se vuole raggiungere gli obiettivi previsti dall’ Unione europea che impone all’ Italia una riduzione vincolante del 5,2% rispetto al 1990 da raggiungere entro il 2020. Infatti, se dovessero entrare in funzione tutti i progetti avviati e ormai conclusi (Civitavecchia), autorizzati fino ad oggi (Fiumesanto, Vado Ligure e Porto Tolle, a cui aggiungiamo Saline Joniche) o ipotizzati (Rossano Calabro), a regime si produrrebbero in più quasi 39 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 all’anno, a fronte dell’impegno europeo preso dall’Italia di ridurre le sue emissioni di gas serra di 60 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2020.

Secondo il rapporto di Legambiente, nel 2008 le 12 centrali a carbone in funzione sono stati gli impianti industriali che hanno sforato di più rispetto ai limiti sulla CO2 fissati dall’ Unione europea e pertanto dovranno pagare le multe più alte. Mentre i 600 impianti termoelettrici che bruciano altri combustibili hanno superato complessivamente il limite Ets (Emission trading scheme) di “soli” 2,8 Mt, le 12 centrali a carbone hanno sforato di 7,3 Mt di CO2. Ma non solo: a fronte di emissioni di CO2 pari al 30% del totale del settore elettrico italiano, queste centrali si limitano a produrre solo il 13,5% dell’ elettricità.

Nella classifica di Legambiente sul podio degli impianti a carbone a maggiore emissione di CO2 si trovano quello dell’ Enel di Brindisi Sud che, con 14,9 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 ha sforato di 3,9 Mt i limiti europei Ets, la centrale di Fusina (4,8 Mt), e l’ impianto Tirreno Power di Vado Ligure (4,3 Mt).

Sommando tutti i superamenti delle 12 centrali, il costo per il mancato rispetto dei limiti Ets ammonta per il 2008 a 88 milioni di euro, un prezzo che verrà interamente addebitato sulle bollette degli italiani e nei prossimi anni sarà destinato ancora ad aumentare: tra il 2009 e il 2012, infatti, il prezzo che le famiglie italiane dovranno pagare per il mancato rispetto degli impegni internazionali potrebbe superare il miliardo di euro.

“È arrivato il momento di fermare la politica energetica autolesionistica del nostro Paese – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – per rilanciare il sistema di produzione di energia, l’industria, i trasporti e l’edilizia, partendo dall’ innovazione e dalle tecnologie pulite. Diversi paesi lo hanno già capito, ma mancano all’ appello ancora paesi importanti come l’ Italia. Continueremo la nostra vertenza contro il carbone nell’ interesse generale, al contrario di quanto sta facendo il governo italiano che, nonostante lo spauracchio delle multe previste dai trattati internazionali, continua a prendere decisioni ambientalmente improbabili, a vantaggio di poche aziende energetiche e scaricando i costi sulla collettività”.

Ben diverso il potenziale energetico delle rinnovabili che confrontato con quello del carbone risulta di gran lunga superiore: secondo lo scenario elaborato per Legambiente dall’ Istituto di Ricerche Ambiente Italia nel 2020 con le sole rinnovabili si può arrivare a produrre circa 100.000 GWh all’anno di energia elettrica contro i 50.000 GWh all’anno prodotti ipoteticamente dai progetti di nuove centrali a carbone.

Con le fonti pulite è poi possibile sfruttare quasi 12 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di energia termica, mentre su questo fronte l’ apporto del carbone risulta pari a zero, visto che l’ energia prodotta dalle centrali verrà usata solo per produrre elettricità e non calore.

A rendere ancor meno comprensibili i progetti di nuove centrali ci sono poi le enormi potenzialità che ha l’ Italia nell’ efficienza energetica nel residenziale, nel terziario e nell’ industria, che nel 2020 potrebbe permettere di tagliare circa 91.000 GWh all’anno di energia elettrica – quasi il doppio di quanto si ipotizza di produrre con il carbone – e oltre 12 Mtep di energia termica. Impietoso è poi il confronto sulle prospettive d’ impiego: mentre i progetti di nuove centrali a carbone potrebbero garantire nei prossimi dieci anni non più di 3.200 posti di lavoro si stima che le rinnovabili possano crearne 135mila.

“Oltre al non rispetto degli obblighi internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici, con i nuovi progetti di impianti a carbone si sta consumando un pesante strappo a livello locale, soprattutto nei confronti delle Regioni che hanno un ruolo fondamentale nella pianificazione energetica, sancito dalla Costituzione – ha dichiarato Antonino Morabito, presidente di Legambiente Calabria -. Se c’ è un tratto distintivo delle autorizzazioni energetiche concesse negli ultimi anni, infatti, è proprio l’ assoluta centralizzazione delle decisioni, portata avanti anche a scapito di leggi, piani e pareri regionali. Questo è il caso anche della centrale di Saline Joniche, in via di approvazione contro il parere della Regione Calabria”.

“Questo nuovo progetto – ha dichiarato Nuccio Barillà del direttivo nazionale di Legambiente – oltre a aumentare l’ inquinamento locale sarebbe l’ ennesimo tassello del disegno, coloniale e fallimentare di “cattiva industrializzazione” della Calabria. Il nostro territorio, nel corso degli ultimi 35 anni, ha subito una cinica devastazione attraverso opere di grande impatto sull’ ambiente e fallimentari sul piano economico ed occupazionale. Legambiente non si limita alla contestazione di questo impianto, ma propone da tempo soluzioni alternative, concrete e realmente compatibili con gli aspetti naturalistici e culturali dell’ area. Per quanto riguarda il settore energetico occorre puntare, decisamente ed esclusivamente, sull’ innovazione tecnologica e le fonti energetiche alternative”.

Il dossier è disponibile su http://www.legambiente.it

L’ ufficio stampa 06 86268353-99 – 79 – 76

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