Estero. “Un processo incostituzionale” quello di Teheran contro manifestanti e leader riformatori

di Mariella Commenta

Una “farsa”. Così l’ ex presidente riformatore iraniano Mohammad Khatami ha definito il processo di massa in corso da ieri a Teheran contro un centinaio di manifestanti e leader riformatori, arrestati dopo le dimostrazioni seguite alla rielezione del presidente Mohammad Ahmadinejad, il 12 giugno.

Nel contempo – mentre altri dieci oppositori sono andati ad aggiungersi ai cento già ieri portati davanti ai giudici – il capo dell’ opposizione iraniana Mir Hossein Mussavi (uno dei candidati sconfitti alle presidenziali secondo i dati ufficiali) ha alzato il tiro contro il regime affermando che tutte le confessioni fatte ieri da alcuni imputati sono state estorte con la tortura e non hanno quindi alcun valore.

“Le confessioni fanno venire in mente le torture medioevali”, scrive Mussavi nel suo sito e pone una domanda retorica, che non chiede risposta: “Di cosa vogliono convincere il popolo con queste confessioni che ricordano le torture del Medioevo? Dicono che i ragazzini della rivoluzione hanno confessato durante il processo i loro legami con i nemici e un piano per rovesciare la Repubblica Islamica. Tutto quello che io ho sentito, sono i gemiti che fanno capire quello che hanno subito durante questi cinquanta giorni di detenzione”.

Mussavi poi, come l’ ex presidente riformista Mohammad Khatami, afferma che questo è un processo dove tutto è truccato. “Presto vedremo invece finire sotto processo chi ha commesso questi crimini, le torture e gli interrogatori”. In particolare Khatami ha definito il processo contrario alla Costituzione, alla legge e ai diritti dei cittadini. Questo tipo di messa in scena è innanzitutto contraria agli interessi del regime e mina la fiducia dell’ opinione pubblica e le confessioni ottenute in queste condizioni non hanno alcuna credibilità.

Nella prima udienza del maxiprocesso l’ ex vicepresidente Mohammad Ali Abtahi aveva ammesso che le accuse di brogli nelle presidenziali del 12 giugno erano false. Abtahi aveva anche chiamato in causa Khatami, Mussavi e l’ ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, affermando che i tre hanno stretto un patto contro il rieletto Ahmadinejad. Ma già ieri sera, in un comunicato pubblicato dal potente Consiglio per la determinazione delle scelte, Rafsanjani aveva negato tale alleanza e aveva messo in dubbio la credibilità di confessioni ottenute in modo non chiaro.

E oggi il legale di Abtahi, Saleh Nikbakht, ha denunciato al sito di Reporter senza frontiere che agli avvocati difensori non è concesso entrare in aula. “Dopo l’ arresto dei miei clienti, non ho mai avuto accesso ai documenti dell’ istruttoria. Fino alle 11 del mattino, sabato, non ero stato informato del processo. Non ho ottenuto il permesso di entrare nell’ aula del tribunale e il procuratore Mortazavi mi ha detto di tornare il giorno dopo”, ha dichiarato Nikbakht. E ha spiegato che secondo l’ articolo 135 della Costituzione iraniana, i processi che si svolgono senza avvocati sono illegali. Quindi questo non ha alcun valore giuridico.

Resta il fatto che altre dieci persone ieri sono comparse a porte chiuse davanti al tribunale rivoluzionario di Teheran per aver preso parte agli incidenti seguiti alle elezioni presidenziali del 12 giugno. Tra loro non ci sarebbe nessuna personalità politica conosciuta. Ma anche loro rischiano almeno cinque anni di carcere e, se riconosciuti colpevoli di essere dei mohareb (nemici di Dio), anche la pena di morte.

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