Il Pdl: le sue radici culturali

di Mariella Commenta

Opportuno, nel percorso di avvicinamento al congresso di fine marzo, un incontro che facesse chiarezza, analizzasse e incorniciasse i valori e le radici culturali del Popolo della Libertà. Già il titolo che è si voluto dare al convegno “La cornice culturale del Pd” è emblematico ed esprime il desiderio della fondazione Magna Carta di percorrere un cammino sul terreno dei valori culturali. Questo convegno capita a proposito e rappresenta una tappa importante. La storia degli ultimi anni ha raccontato esiti e percorsi diversi rispetto a quelli che certi intellettuali disancorati da ogni realtà ipotizzavano. Con la nascita e l’ intuizione di Forza Italia da una parte, la scomparsa di repubblicani, socialisti, liberali, democristiani e socialdemocratici dall’ altra, e il cammino di rinnovamento dell’ ex Movimento Sociale a far da tangente al processo, nacquero le condizioni per fare del Pdl il più grande partito di centro destra a vocazione maggioritaria.

Ci sono voluti quindici anni e dieci governi. Anche se, per molti analisti e osservatori, l’ origine del Pdl è da ricercarsi nella manifestazione di Roma del 2 dicembre 2006 (alla quale seguì dopo circa un anno la rivoluzione del predellino). Nella piazza del 2 dicembre, oltre alle bandiere di Fi, An, Lega e qualche Udc, c’ erano le radici culturali del Popolo della Libertà: sfilarono la componente liberale della Dc, i socialisti riformisti di stampo craxiano, i laico liberali e la componente della destra cattolica moderata. Insieme a quella generazione di “non ex”, ovvero tutti quegli under 30 nati nella nuova stagione e permeati da una nuova cultura politica, che il Ministro Sandro Bondi, in occasione della sua lectio magistralis in apertura dei corsi politici della Summer School, ha definito “fortunati”.

Una storia quella degli ultimi anni che s’ identifica con quella del suo leader, Silvio Berlusconi. Tra i tanti meriti attribuiti a Berlusconi, il vicepresidente del Senato Gaetano Quagliariello ne individua uno: “ad impedir che alla fine della guerra fredda, con l’ eliminazione per via giudiziaria di tutti i partiti che avevano svolto una funzione anticomunista, il fiume carsico del sano conservatorismo non reazionario e dell’ anticomunismo esistenziale fosse seppellito per sempre, fu sempre Berlusconi a consentire al liberalismo popolare di manifestarsi e trovare finalmente una rappresentazione compiuta nella sfera pubblica, non più come fenomeno sotterraneo, non più come semplice massa di interdizione”.

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