Le gabbie salariali vanno fatte. Proviamo a dire perché

di Mariella Commenta

La necessità di commisurare il reddito dei lavoratori al costo della vita delle loro comunità non dovrebbe apparire uno scandalo, ma potrebbe, anzi, essere il segno di una grande riscossa delle regioni meridionali, qualunque cosa ne pensi il Presidente della Regione Calabria Agazio Loiero che, evidentemente, non ha compreso lo spirito del federalismo.

Il mondo del lavoro con il quale ho modo di confrontarmi più direttamente è, per ovvie ragioni, quello dell’ agricoltura. Ebbene, il contratto nazionale per gli operai agricoli e florovivaisti, che è stato firmato il 6 luglio 2006, prevede la possibilità di ulteriori contrattazioni a livello provinciale.

Infatti a seguire sono stati firmati ulteriori contratti su base provinciale che normano la parte retributiva a partire dai minimi nazionali. Si tratta di 365.000 lavoratori dipendenti. Dunque una retribuzione diversa tra le varie zone del Paese esiste già, e non solo nel settore agricolo. La Lega vuole razionalizzarla. E con gli altri alleati di governo lo farà.

Del resto le riforme federaliste fin qui approvate sono state, in modi diversi, condivise da una larga maggioranza. Ricordo che il Partito Democratico si è astenuto sul federalismo fiscale.

Commisurare i redditi al costo della vita, anche nel Pubblico, costringerà il Mezzogiorno ad imparare a camminare con le proprie gambe. Le gabbie salariali non possono più essere un tabù, se si vuole il federalismo lo si deve volere fino in fondo. Chi accusa la Lega di voler provocare chissà quale crisi sociale dimentica che essa è un partito di popolo e, come dice bene l’ On. Cota, interpreta le esigenze del popolo. Un riequilibrio tra il costo della vita e le retribuzioni è necessario; del resto è Bankitalia a dire che la vita sopra il Po costa il 16% in più.

Non ci si può sorprendere quando si scopre che federalismo vuol dire anche responsabilità.

A tanta classe dirigente del Meridione va detto che per migliorare davvero le condizioni di vita reali di sei, sette regioni italiane occorre metter mano a una risorsa fin qui poco usata: la responsabilità di chi dirige alla quale deve corrispondere una uguale responsabilità di chi è amministrato. Non ci sono alternative.

Lo Stato che distribuisce in Calabria come in Campania (e con quali e quanti disastrosi risultati) non ha più ragion d’ essere. C’ è un pagina memorabile dei “Promessi Sposi”, quella della rivolta del pane, in cui ad un certo punto è tanta e tale la folla che per vedere qualcosa alcuni si sono alzati sulle punte dei piedi. E così, maldestramente, hanno impedito la vista a tutti. Se non vogliamo che il Sistema Paese faccia la stessa fine, dobbiamo fare in modo che le diversità virtuose siano in grado di contaminare – una volta per tutte – quelle che non hanno funzionato.

Luca Zaia (nella foto)
www.lucazaia.it

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