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Intervento a tutto campo di Casini all’Associazione Nazionale costruttori Edili

 
Mariella
2 aprile 2008
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Intervento a tutto campo di Casini allIn questi giorni, come sapete, percorro l’Italia in un tour che mi porta dal Nord-Est all’estremo Sud, dalla città alla provincia. In poche settimane si concentra il contatto e confronto con tutte le categorie economiche e sociali.

Bisognerebbe che noi politici mantenessimo sempre questo rapporto che ci consente di cogliere i problemi reali del Paese, e non soltanto in campagna elettorale.

Il fatto stesso che vi sia una competizione elettorale a distanza di soli due anni dal voto politico dimostra che qualcosa non ha funzionato. Un’elezione anticipata non è mai un fatto positivo per il Paese: è una fase di incertezza che si aggiunge a incertezza, un periodo di transizione nel quale non si può pianificare il futuro, e nel quale anche i consumi e le iniziative economiche, come d’incanto, si riducono. Pur incontrando in tutta Italia una complessità problemi che sono sempre gli stessi (deficit di crescita, di competitività, di fiducia, di sicurezza…), ne sento la gravità in modo particolare in alcune regioni del Paese, e nel confronto con alcune categorie.

Un uomo politico, ancora di più chi si candida a guidare il governo, dovrebbe immergersi nella concretezza e nella forza propositiva delle analisi che ho ascoltato qui, come in altri incontri con associazioni imprenditoriali e produttive. Qui, più che altrove, tocco la preoccupazione, il disagio, il senso d’impotenza, di chi come voi ha i mezzi, il desiderio, la potenzialità di far rinascere l’Italia e si scontra invece troppo spesso con uno Stato che non soltanto non riesce ad aiutare la crescita, ma spesso costituisce il vero ostacolo, per le insostenibili lungaggini burocratiche, la sua fame di risorse in assenza di un progetto organico di governo del territorio, il venire meno in alcune (vaste) zone al suo dovere di garantire le condizioni essenziali del vivere civile e dell’impresa economica: sicurezza, innovazione, qualità dell’ambiente…

In questa competizione elettorale voi vi trovate di fronte due grandi marchi, due coalizioni mascherate da partiti solo per vincere. La realtà, per fortuna, è che non è questa l’unica alternativa. Girando l’Italia, ho verificato il consenso crescente verso la proposta dell’UDC. Noi abbiamo scelto di non rinunciare alla nostra identità che si declina, in estrema sintesi, nella fiducia nella tradizione e nei valori (nell’identità cristiana dell’Italia, nella famiglia, nella difesa della vita, nel merito) e in una politica economica che, senza dubbio, è la più liberale tra tutte quelle sostenute dalle diverse forze politiche. E di questo intendo parlarvi.

Voglio essere concreto. Noi prevediamo di recuperare 30 miliardi di euro da una complessa, ma fattibile, manovra di risanamento dello Stato mirata a migliorare la spesa pubblica sia a livello centrale che locale. Proponiamo il congelamento delle spese correnti primarie già nella Finanziaria 2009, la revisione radicale di tutte le spese sostenute nel bilancio pubblico, come ha fatto Gordon Brown in Gran Bretagna, con l’obiettivo di porre merito e risultato al centro del sistema della spesa. Vogliamo una riforma della pubblica amministrazione che comprenda l’abolizione delle Province e l’accorpamento delle strutture: ministeri, agenzie, enti… Pensiamo all’abolizione del Cnel e certamente alla vendita, come ho detto, delle partecipazioni statali e locali, oltre a quella degli immobili pubblici non strategici. Il ricavato di tutte queste misure sarà destinato alla riduzione del debito pubblico. I risparmi liberati dai minori interessi saranno utilizzati per finanziare, oltre a una politica di deduzioni fiscali per le famiglie, anche gli incentivi fiscali (compresi quelli indicati nelle vostre proposte) e le grandi infrastrutture di cui il Paese ha urgente bisogno.

Faccio presente che la sola abolizione delle province (contrastata dal Pd come dal Pdl per mancanza di coraggio) consentirebbe un risparmio di quasi 11 miliardi.

La rottura dei monopoli dei servizi pubblici locali comporterà la riduzione dei costi fissi di produzione per le imprese e una maggiore tutela per i consumatori. Io conosco bene l’Emilia Romagna e vi faccio un esempio. Se il Comune di Bologna vendesse la propria quota in Hera incasserebbe 450 milioni di euro. Con questi soldi, potrebbe estinguere il proprio debito e avrebbe minori spese per rate di mutuo per oltre 40 milioni di euro. Risultato: si potrebbe abbassare sensibilmente l’addizionale Irpef o l’Ici.

In generale, bisogna che la politica renda facile la vita alle imprese, liberando il mercato e agevolando la creazione di attività, soprattutto da parte dei giovani, e al tempo stesso potenziando quelle esistenti. Al primo punto del nostro programma per l’impresa, c’è lo snellimento e la semplificazione delle pratiche burocratiche, con la eliminazione di costi e vincoli amministrativi ingiustificati. Poi l’introduzione dello “sportello unico” e del silenzio/assenso in tutte le procedure amministrative, quindi la revisione degli studi di settore tenendo maggiormente conto delle specificità legate alle categorie e ai diversi territori. Ancora, proponiamo la detassazione di parte degli utili reinvestiti nella ricerca, e la detassazione degli straordinari.

Il tema della semplificazione burocratica è decisivo. I tempi delle burocrazie possono essere a volte, letteralmente, infiniti, con interlocutori pubblici che neanche dialogano tra di loro, con passaggi sovrapposti e ingarbugliati, mille competenze da rispettare tutti i livelli. La dimostrazione che per la gestione di determinati eventi è ormai d’obbligo l’attribuzione di poteri speciali al sindaco, al prefetto, ad altre figure, compresa quella del commissario straordinario. Nessuno di voi, ne sono certo, vuole eludere i passaggi davvero necessari. Quel che chiediamo è che vi siano tempi certi per avere una risposta.

E adesso vengo al concreto dei vostri problemi e delle vostre proposte. Con una premessa. In un’economia globalizzata, le costruzioni rivestono un ruolo di centralità strategica. In un nostro precedente incontro (sono felice di questa assiduità e ve ne ringrazio) ho avuto modo di accennare al mio concetto di “governo del territorio”. È l’ambiente in cui viviamo, lo spazio nel quale ognuno di noi ha piantato le proprie radici familiari e affettive e in cui, giorno dopo giorno, troviamo conforto e conferma alle nostre tradizioni storiche e culturali. È un patrimonio che appartiene a tutti, come singoli e come comunità, da preservare e tutelare per tramandarlo alle generazioni future. Ma il territorio è anche una risorsa, che va governata programmandone le trasformazioni e realizzando le opere (a cominciare dalle infrastrutture a rete) che si rendano necessarie a favorire la crescita e a rendere il sistema più competitivo. Sono convinto che il principio generale che deve informare la nostra cultura del territorio è questo: ciò che è ecologico, è anche economico. Non è più accettabile, in Italia, il diffondersi della filosofia del Nimby (“Non nel mio giardino”), che tanti ostacoli ha creato alla realizzazione di opere quali l’Alta Velocità e il Ponte sullo Stretto, oppure i moderni impianti di smaltimento dei rifiuti, termovalorizzatori e rigassificatori, in virtù o, meglio, per colpa di un fanatismo pseudo-ambientalista che cavalca solo per demagogia le paure, soprattutto quelle immotivate, di chi si oppone a prescindere.

Cominciamo col dire che i programmi per le infrastrutture strategiche esistono già, contenuti nella delibera CIPE del 21 dicembre 2001 che ne ha approvato il Programma Decennale. Si tratta, quindi, di scegliere tra le opere non ancora avviate a realizzazione, quelle che realisticamente possono essere le priorità della prossima legislatura, assicurando le risorse necessarie e dando quindi al quadro programmatico quella certezza della quale i contraenti generali hanno bisogno.

Com’è stato ricordato, mediamente la quota di reddito nazionale investita in opere pubbliche dagli Stati membri dell’Unione europea è stata pari al 2.9% del PIL, contro il 2% dell’Italia. Che, quindi, dovrebbe adeguare alla media europea la sua quota di investimenti pubblici in infrastrutture, e cioè investire annualmente in opere pubbliche 45 miliardi di euro contro i 30 del 2007. Non voglio, qui, neanche pensare al gap che abbiamo accumulato, anche nei confronti di Paesi nostri diretti partner e insieme competitor come la Spagna.

Autorevoli voci da varie parti del continente invocano una maggiore flessibilità del Patto di stabilità europeo. L’Italia non dovrebbe rinunciare a riproporre, quanto meno per le infrastrutture strategiche collocate nei corridoi europei, l’adozione della golden rule, che detrae dal deficit e dall’indebitamento dei conti pubblici la spesa per investimenti in capitale fisso (la spesa buona), eventualmente rendendo più severi i parametri del patto per la spesa corrente (la spesa cattiva).

Poiché il patrimonio di Stato, Regioni e Comuni è superiore all’indebitamento, bisognerà procedere a smobilizzi di una parte del patrimonio (mi riferisco a immobili non demaniali, partecipazioni, ecc.) per ridurre il debito e finanziare gli investimenti in infrastrutture. A tali investimenti bisogna dare una reale priorità nell’allocazione delle risorse pubbliche, assicurando attraverso le Leggi Finanziarie e la gestione della Tesoreria la certezza di stanziamenti e di flussi di cassa.

Ci sono poi le risorse finanziarie della Ue, quelle dei Fondi Strutturali e del budget TEN. Risorse – molto consistenti soprattutto per il Mezzogiorno – destinate al cofinanziamento di investimenti Ue che, per la parte restante, fanno carico allo Stato italiano o alle Regioni. L’utilizzo di tali cofinanziamenti richiede però che i soggetti realizzatori pubblici italiani pianifichino gli interventi e stanzino i finanziamenti complementari a proprio carico. Su questo versante l’Italia è purtroppo risultata, fin qui, per lo più carente. Ed è una carenza che ha gravemente pesato sulla mancata realizzazione di molte opere. Quindi sulla mancata crescita.

Quanto alle risorse finanziarie private, vanno mobilitate ricorrendo al project financing e alle varie forme di partenariato pubblico privato (ppp) elaborate e sperimentate in sede nazionale e comunitaria: concessione di costruzione e gestione, leasing, affidamento a contraente generale con ruoli non solo di progettazione, finanziamento e realizzazione, ma anche di manutenzione e gestione delle opere realizzate. Il ricorso al partenariato pubblico privato non solo mitiga, attraverso l’apporto di capitali privati, l’impatto dei costi di investimento sui bilanci pubblici, ma immette nella realizzazione e gestione delle infrastrutture dosi di imprenditorialità che migliorano la qualità e i tempi di costruzione, come pure la qualità dei servizi cui esse sono destinate, obiettivi tutti ai quali il partner privato realizzatore e gestore viene fortemente cointeressato.

Un capitolo diverso è quello delle regole. La produzione normativa degli ultimi sette anni ha dotato il comparto delle infrastrutture di una disciplina – compendiata nel Codice dei Contratti Pubblici – che talune integrazioni e correzioni potrebbero rendere del tutto adeguata. Noi pensiamo a una disciplina organica del partenariato pubblico privato e della finanza di progetto, con particolare riguardo alle concessioni di costruzione e gestione a iniziativa di promotori privati dopo che il secondo decreto correttivo del Codice degli appalti ha soppresso ingiustificatamente il diritto di prelazione a favore dei promotori stessi. Giacciono in questo senso in Parlamento alcune proposte di diversa provenienza politica, a dimostrazione che sulle decisioni importanti da prendere si può essere d’accordo e collaborare.

Ai procedimenti di autorizzazione della Valutazione di impatto ambientale e della Conferenza di Servizi va impressa celerità e soprattutto certezza dei tempi di svolgimento e conclusione. Vanno garantite obiettività e verificabilità delle aggiudicazioni fatte con ricorso al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa ed eliminati, soprattutto per i contraenti generali, i vincoli all’accesso alle gare costituiti da ingiustificate richieste di dubbi requisiti specialistici.

Vi sono, come dicevo, anche alcune correzioni da apportare: adeguare anzitutto la legislazione italiana a quella europea in materia di anticipazioni sui corrispettivi di appalto alle imprese appaltatrici, e di revisione dei prezzi a favore delle medesime. I contraenti generali, infatti, non solo non ricevono le anticipazioni, ma sono tenuti a prefinanziare la realizzazione delle opere senza alcun beneficio per l’erario e con un forte appesantimento, per contro, della loro posizione finanziaria. Proponiamo inoltre di ripristinare, per la risoluzione delle controversie relative all’esecuzione di opere pubbliche, l’arbitrato soppresso dalla finanziaria 2008. Lo stato della giustizia italiana lo rende indispensabile specialmente per le opere di maggiore complessità e importo, e per quelle affidate con contratti di partenariato pubblico privato.

C’è altro da fare. Una politica che intenda seriamente dotare il Paese delle infrastrutture strategiche deve procedere ad alcune riforme importanti. In primo luogo l’accorpamento in un unico Ministero di Infrastrutture, Trasporti e possibilmente pure Ambiente, con un presidio autorevole e una regia unitaria dell’iter attuativo degli interventi, attraverso il potenziamento del CIPE, al più alto livello di responsabilità del governo.

Un capitolo a parte è rappresentato dal Mezzogiorno, imprescindibile serbatoio di sviluppo per l’Italia e l’Europa, la piastra più avanzata di quella piattaforma logistica mediterranea che il nostro paese ha attitudine e vocazione a divenire, per sfruttare le opportunità della nuova centralità geo-economica del suo mare.

Siamo convinti che per liberare il potenziale di sviluppo del Mezzogiorno, la strategia è l’investimento in infrastrutture materiali che ne mitighino la perifericità geografica e insieme la marginalità economica. E oltre che d’infrastrutture materiali, occorre dotare il Sud di quella prioritaria infrastruttura immateriale che è la messa in sicurezza del territorio dalla criminalità organizzata. Lo Stato ne ha la responsabilità primaria, che non può essere accollata, come oggi sostanzialmente avviene, alle imprese nella loro funzione di presidio e controllo dei territori esposti agli attacchi e ai condizionamenti mafiosi. Al contrario, le imprese devono essere adeguatamente tutelate dallo Stato. Per realizzare le infrastrutture nelle aree del Mezzogiorno a forte presenza di criminalità organizzata, le nostre aziende sono costrette ad avvalersi di attività economiche strutturalmente radicate (ad esempio cave e discariche) in grado d’intercettare qualsiasi intervento pubblico e privato nelle specifiche zone d’influenza diffusamente controllate da mafia, ‘ndrangheta e camorra. Nelle nostre file si sono candidati autorevoli esponenti delle forze dell’ordine e al primo posto nel nostro programma sulla sicurezza c’è il ripristino dei fondi tagliati dalle ultime due finanziarie: complessivamente, un miliardo di euro. Questo sia per evitare quel a volte succede oggi, addirittura che restino a secco di carburante i mezzi della polizia, sia per aumentare i salari e premiare il rischio e il disagio. L’altro punto è riportare sulla strada, sul campo, direttamente a difesa delle persone perbene tutte le divise, tutti i poliziotti che oggi svolgono mansioni amministrative dietro le scrivanie.

Quando si parla di territorio si parla anche di questo, perché il territorio è fatto di tante “cose”, e una politica responsabile dev’essere in grado di riallacciare i nodi di problematiche che sembrano separate, ma che, in realtà, non sono altro che facce della stessa medaglia. Tutto si tiene: governo del territorio, urbanistica, diritto alla casa, sicurezza dei cittadini, competitività del sistema economico e così via.

La competizione globale e lo sviluppo sono sempre più funzione della qualità e dell’efficienza delle città, della loro attitudine ad attrarre e ospitare soggetti creativi e a produrre innovazione. Qualità e efficienza dipendono a loro volta dalla disponibilità di infrastrutture e servizi, non solo per la mobilità, ma anche per lo studio, la ricerca, le attività culturali, il tempo libero; dalla capacità dei pubblici amministratori e degli imprenditori di attuare progetti di riqualificazione e rigenerazione delle periferie e delle aree degradate. Si rende necessaria una legge obiettivo per le città per rendere possibili ed incentivare, nelle aree urbane, interventi di ristrutturazione, demolizione e ricostruzione, superando attraverso nuovi meccanismi i tradizionali vincoli di un ordinamento urbanistico dirigistico.

In generale, bisognerebbe concepire le città e il loro sviluppo urbanistico in un modo diverso, non limitandosi a investire nei centri storici perché sono la vetrina per i politici (vedi Roma e l’Ara Pacis), ma elaborando progetti multicentrici grazie ai quali le periferie diventino finalmente vivibili, con più centri che siano veri e propri magneti d’attrazione. Basta vedere come è cresciuta Parigi, o Londra. Invece del centro sotto assedio e delle periferie degradate (come a Roma), bisogna disegnare un modello diverso che vada davvero incontro alle esigenze della cittadinanza e, più di tutto, dei giovani.

Dire città significa dire casa. Un altro problema, un’altra opportunità.

L’Italia è un paese di proprietari (oltre l’80% della cittadinanza ha infatti la proprietà della casa nella quale abita) e questo è un fatto socialmente positivo, ma con due limiti: rende difficile la mobilità territoriale; l’accesso alla proprietà della casa è impossibile per le classi a reddito più basso, il cui disagio abitativo ha assunto risvolti sociali preoccupanti, avendo difficoltà ad accedere allo stesso mercato libero delle locazioni.

Noi siamo per intraprendere una forte politica dell’affitto che consenta di offrire a chi non ne avrebbe la possibilità economica alloggi a canone particolarmente moderato, non solo favorendo l’offerta da parte di investitori privati a ciò orientati da incentivi fiscali e finanziari, ma anche attraverso consistenti investimenti pubblici in edilizia popolare. Tra coloro che hanno reddito più basso – voglio ricordarlo – ci sono le giovani coppie che vogliono mettere su casa e famiglia. Ecco una delle occasioni nelle quali si tocca con mano come sia importante affiancare a una politica liberale di modernizzazione anche una visione etica rivolta alla famiglia e ai nostri figli. Al loro futuro.

So di parlare a persone, a imprenditori, a uomini e donne, che sono consapevoli di questi valori, perché spesso anche le grandi imprese di costruzione sono nate dalla semplice volontà di un capostipite che intendeva migliore le condizioni di vita della propria famiglia. Famiglia e impresa, per voi, sono sinonimi, per quanto grandi siate diventati. Ed è un vanto dell’Italia. Per nessun imprenditore ciò vale di più che per un “costruttore”, che ripone la propria soddisfazione non soltanto economica nella possibilità di edificare per la vita, e distribuire lavoro e benessere tramandando ai figli la propria impresa.

Le imprese di costruzioni edili italiane, anche se insufficientemente dimensionate, per le note ragioni storiche, rispetto ai competitor internazionali, hanno una grande tradizione di lavori all’estero per la realizzazione di importanti infrastrutture, e tuttora operano con successo in tanti paesi, incrementando l’esportazione, portafoglio ordini, fatturato e utili.

La legge obiettivo e lo sviluppo delle realizzazioni in finanza di progetto, hanno consentito a queste imprese di acquisire attraverso gli appalti integrati gli affidamenti a contraente generale e le concessioni di costruzione e gestione nelle varie forme del “progettare ed eseguire” e del finanziamento e gestione delle opere loro affidate. È giusto che tali imprese vengano aiutate, con l’attuazione di importanti progetti di riqualificazione e sviluppo delle aree urbane e un forte impulso agli investimenti in infrastrutture, perché possano crescere in quantità e qualità, facendo loro conseguire i livelli dei grandi general contractor europei e favorendo così lo sviluppo per l’intera filiera delle costruzioni. Le imprese minori devono poter evolvere, grazie anche alla collaborazione con le grandi, dalla mera esecuzione verso affidamenti e iniziative nei quali le loro capacità e la loro creatività possano trovare stimolo ed esplicazione.

In conclusione, vorrei sottolineare alcune fra le nostre proposte di programma.

Noi siamo convinti che gli ex IACP, ora agenzie per la casa, siano in molti casi diventati dei “carrozzoni” pubblici produttori di sprechi di risorse. Abbiamo, quindi, immaginato una serie di strumenti fiscali innovativi e agili. Mi riferisco alla cedolare secca del 20 per cento sugli affitti (la non cumulabilità del reddito da affitto con gli altri redditi), di fatto un’imposizione fissa al 20 per cento dell’Irpef sugli affitti. Poi la concessione alle cooperative a proprietà indivisa di aree edificabili a costi e con finanziamenti agevolati: l’assegnatario, come sapete, non diventa proprietario ma usufruisce a vita dell’alloggio, a un canone agevolato. Immaginiamo di subordinare la concessione di certe nuove capacità edificatorie a una quota da destinare a residenza sociale con affitti calmierati, o alla vendita agevolata per le giovani coppie. Daremo quello che abbiamo sinteticamente chiamato “buono affitto”, cioè un contributo alle famiglie che per la loro limitata capacità di reddito non riescono a far fronte alle spese dell’affitto. Intendiamo azzerare l’Ici per coloro che affittano a canoni concertati (circa il 20 per cento in meno rispetto ai prezzi di mercato).

Proponiamo di aumentare le detrazioni fiscali dall’imposta per gli interessi dei mutui prima casa secondo la composizione del nucleo familiare (numero dei figli e anziani a carico). L’attuale sistema non prevede alcuna agevolazione per i nuclei familiari, mentre è innegabile che una famiglia con figli necessita di un’abitazione più grande e quindi costosa. Proponiamo un sistema di deduzione per la quale se ad acquistare sono due coniugi, gli interessi passivi detraibili siano portati al 19%, con un ulteriore incremento per ogni figlio o anziano a carico.

Sono tutte idee che possono essere naturalmente integrate e migliorate. Tutte, però, rispondono alla doppia esigenza di risolvere il problema della casa, e di aprire il mercato.

Vorrei concludere con una considerazione “politica”. Sarebbe ozioso ribadire che il governo Prodi ha totalmente mancato sul fronte della modernizzazione del Paese, e in particolare delle infrastrutture. Sappiamo bene le ragioni che hanno condannato l’Italia, in questi due anni, a perdere altro terreno rispetto ai suoi partner e concorrenti non solo europei. Una militanza ideologica che ha cavalcato uno dei vizi storici di questo Paese che pure ha infiniti pregi: il particolarismo nella sua accezione negativa, l’egoismo di soggetti, o anche comunità, che non riescono ad agire con la coscienza di un’appartenenza più vasta. Nazionale. Devo dire, però, che sono preoccupato allo stesso modo, e forse di più, viste certe aspettative che potrebbero anche alla fine rivelarsi sbagliate (io lo spero), dall’idea delle due Italie, cioè di nessuna Italia. L’idea di un Nord e di un Mezzogiorno, e nulla che li leghi in un comune impegno per la crescita e per l’affermazione del Paese nel suo complesso. Mi preoccupa perché anche qui vedo all’opera un pregiudizio capace di introdurre nel sistema elementi illiberali (ne abbiamo avuto una formidabile prova nelle polemiche di questi giorni sul no ai francesi e su fantomatiche cordate italiane per Alitalia) e al tempo stesso il blocco di alcune grandi opere, grandi infrastrutture, e iniziative fondamentali per il Mezzogiorno. Il simbolo di questo pregiudizio è il “no” della Lega o, meglio, le motivazioni o l’assenza di motivazioni di questo “no”, alla realizzazione del Ponte sullo Stretto. Un piccolo, grande segnale dei problemi che si potrebbero riproporre, in vesti diverse ma con risultati analoghi, in un governo del Popolo delle libertà ipotecato dai veti di una forza populista e localista”

Categorie: UDC
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