Economia. La crisi finanziaria perdura. Le cause? Le banche e il credito

di Mariella Commenta

In questi giorni si celebra il triste primo anniversario del fallimento della banca d’ affari americana Lehamn Brothers, evento che, dodici mesi fa, ha scatenato una crisi finanziaria e immobiliare senza precedenti e che, a molti operatori di borsa, ha ricordato la crisi del ’29 per gravità, conseguenze internazionali ed effetti dirompenti su tutti i mercati del mondo. Da allora sono decine gli istituti di credito falliti in tutto il mondo.

A un anno esatto di distanza, esperti economici e osservatori neutrali indicano nell’ avidità delle banche uno dei fattori scatenanti la crisi finanziaria che è venuta a crearsi. Vari istituti di credito, infatti, in questi mesi appena passati, per uscire senza danni eccessivi dalla turbolenza finanziaria, hanno adottato l’ unica strategia vincente che conoscevano.

Ovvero, hanno prestato i soldi e finanziato chi non ne aveva bisogno, chiudendo completamente i rubinetti a tutti gli altri (per mesi i quotidiani italiani, sia di destra che di sinistra, hanno ricevuto lettere angosciate e / o accorati appelli di semplici cittadini, di associazioni di consumatori, sindacalisti e uomini politici.

Su tale questione, feroci sono state le critiche del Ministro dell’ Economia Giulio Tremonti che, pochi giorni fa, ai primi di settembre, in occasione del G20 finanziario di Londra, ha dichiarato che le banche devono essere al servizio dei cittadini e non il contrario; oggi le banche sono al servizio degli azionisti, dovranno essere al servizio dei cittadini perché rivestono una funzione pubblica, non una industria qualunque, che fa scarpe o vasche da bagno.

Numerosi sono stati, altresì, gli interventi di segno opposto da parte dei banchieri, ultimo dei quali quello del Presidente dell’ Associazione Bancaria Italiana Corrado Fissola, il quale pochi giorni fa ha dichiarato come le banche italiane hanno aumentato l’ erogazione di credito pur in presenza di un PIL in calo del 5-6%.

Su 100 imprese – prosegue l’ analisi del Presidente ABI – 20 / 30 sono quelle che hanno fondamenta forti, 10 / 15 sono estremamente rischiose, per il rimanente 60% la decisione spetta al singolo operatore e, alla fine, il credito affluisce a 58 di queste 60.

Per meglio comprendere la situazione attuale, ci limitiamo a citare un articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica lunedì scorso, dove viene riportata la storia di una giornalista che si è recata, in incognito, presso alcune banche della capitale (Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi e Barclay) simulando di dovere richiedere un mutuo di 200.000 euro, a fronte di un acquisto immobiliare di pari importo. Per confezionare ad hoc l’ articolo, in ogni diversa banca, il potenziale mutuatario esponeva una posizione lavorativa differente, in modo da abbracciare meglio l’ intera casistica.

Le conclusioni dell’ inchiesta sono queste: il finanziamento al 100% è merce rara (solo due anni fa, on line, erano ben sette gli istituti di credito che lo proponevano); se si è precari bisogna avere un garante e oltre a 40.000 euro in contanti (pari al 20% del prezzo della casa), per essere certi di avere il mutuo; se si è lavoratori autonomi si è graditi esclusivamente se di lungo corso.

Con i prezzi di Milano o Roma, insomma, se si è under 30, comprare casa in città è un lusso che pochi lavoratori si possono permettere, esclusivamente in zone semiperiferiche, dove i prezzi di un piccolo bilocale con angolo cottura e bagno possono oscillare fra i 120.000 e i 140.000 euro, con rate che, a seconda del valore e del tasso di riferimento (fisso o variabile), sono comprese, in media, fra i 500 e i 600 euro al mese. E per chi vuole mettere su famiglia, acquistando un tre locali, l’ unica opzione disponibile (a meno di trovare un affare!) è quella di allontanarsi dalla città, cercando prezzi maggiormente accessibili.

Stando così le cose, è evidente come il perdurare di questa situazione potrebbe avere conseguenze drammatiche dal punto di vista sociale, con città che, se da un lato tenderanno a svuotarsi di giovani, dall’ altro avranno come conseguenza diretta quella di invecchiare sempre di più (sul punto, gli economisti internazionali, non a caso, considerano l’ India la potenza economica del futuro in quanto il 70% della popolazione è under 35, mentre, in questa speciale classifica, le città italiane occupano posti molto lontani dalla vetta).

Un cenno, infine, ai comuni coinvolti che, a proposito di politiche sociali a favore dei giovani, sembrano poco ricettivi (i Sindaci, sul punto, si lamentano soprattutto per la cronica mancanza di fondi, circostanza che impedirebbe loro di adottare provvedimenti mirati), come dimostrato dall’ esperienza del social housing.

Kevin John Carones

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