G8, sentenza per la Diaz: Assolti i vertici della polizia

di isayblog4 Commenta

Dopo quasi 11 ore di camera di consiglio è stata emessa la sentenza per i 29 poliziotti, tra agenti e dirigenti, accusati delle violenze nella scuola Diaz durante il G8 di Genova. Assolti i funzionari di vertice della polizia di stato, Franco Gratteri, ex capo dello Sco ora direttore dell’Anticrimine, Gianni Luperi, ex vicedirettotre Ucigos, oggi numero tre dell’Aisi, e Gilberto Calderozzi, ex vicedirettore Sco e ora a capo del Servizio centrale operativo della Polizia, Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos genovese. La sentenza arriva a sette anni e due mesi dai fatti, dopo duecento udienze e quattro anni di processo.

Tredici le condanne per un totale di 35 anni e sette mesi. Il Pm aveva chiesto in totale oltre cento anni di reclusione. Fra le accuse mosse lesioni, calunnia, falso, arresti illegali.

E nell’aula del tribunale qualcuno ha gridato «Vergogna!» contro la decisione della sezione penale del Tribunale di Genova, presieduta da Gabrio Barone, giudici a latere Anna Leila Dellopreite e Fulvia Maggio. All’esterno di Palazzo di Giustizia una cinquantina di persone: tutti parlano sottovoce, si abbracciano, qualcuno piange. «Questa sera è morta la giustizia», continua a ripetere un giovane.

Le condanne. In sostanza è stato condannato tutto il VII nucleo comandato da Vincenzo Canterini, anche se gran parte delle condanne sono state mitigate per effetto del condono.

Canterini, condannato a 4 anni, è stato riconosciuto responsabile di falso ideologico e di calunnia in concorso mentre Michelangelo Fournier (2 anni di reclusione e non menzione), Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone sono stati condannati a tre anni ciascuno per lesioni personali continuate.

Per l’episodio delle molotov il tribunale ha condannato Pietro Troiani (3 anni) e Michele Burgio (2 anni e mezzo) per la calunnia e per il porto illegale di armi da guerra. A tutti sono state concesse le attenuanti generiche ritenute prevalenti sulle aggravanti contestate a Fournier, Troiani e Burgio ed equivalenti per gli altri.

Luigi Fazio, che è stato condannato a un mese di reclusione, è stato dichiarato interdetto dai pubblici uffici per un anno. Per lui il tribunale ha stabilito la non menzione.

Tutti gli altri hanno avuto uguale pena accessoria per la durata delle rispettive pene. Le pene inflitte a Basili, Tucci, Lucaroni, Zaccaria, Cenni, Ledoti, Stranieri, Compagnone, Troiani e Burgio sono state interamente condonate. Il tribunale ha dichiarati condonati anche 2 anni della pena inflitta a Canterini. Infine, il tribunale ha stabilito che Canterini, Fournier, Basili, Tucci, Lucaroni, Zaccaria, Cenni, Ledoti, Stranieri e Compagnone siano condannati in solido e con il responsabile civile, Ministero dell’ Interno, al risarcimento di tutti i danni patiti dalle parti civili.

Alle parti civili oltre 800mila euro. Canterini e gli altri condannati del settimo nucleo mobile di Roma dovranno risarcire le parti civili con il responsabile civile, il Viminale, per una cifra che si aggira sugli oltre 700 mila euro. Canterini, Troiani e Burgio, sempre con il responsabile civile, dovranno rifondere alle parti civili costituite nei loro confronti le spese di difesa a oltre 125 mila euro. Il tribunale infine ha disposto il pagamento in favore dello Stato delle somme liquidate a titolo di rimborso per le parti civili ammesse al gratuito patrocinio.

Il legale del vicequestore Pietro Troiani e del funzionario di polizia Fabbrocini, Alfredo Biondi, ha commentato: «È sconfitto il teorema della procura».

Per l’avvocato Marco Corini, difensore di Gratteri «il processo ha dimostrato il fallimento del teorema che voleva una sorta di complotto di tutta la polizia».

L’avvocato Stefano Bigliazzi, una delle parti civili, ha sottolineato che «sono state riconosciute tutte le accuse in ordine alle lesioni, riconosciuto il falso delle molotov e l’esistenza del falso sulla resistenza».

La questione centrale del processo è stata quella di accertare le responsabilità personali di ciascuno degli imputati e provare se le violenze commesse siano state il frutto di un piano di azione deciso dai superiori.

La notte del 21 luglio 2001 agenti del settimo nucleo del Reparto Mobile di Roma e altri di altri reparti fecero irruzione nel complesso scolastico Armando Diaz e Giovanni Pascoli, quartier generale dei no global.

«Macelleria messicana». Michelangelo Fournier, all’epoca del G8, vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma comandato da Vincenzo Canterini, uno dei 28 poliziotti imputati, in aula aveva reso una testimonianza nella qule parlava di quello che aveva visto nella scuola al momento della sua irruzione: «Arrivato al primo piano dell’istituto – ha detto – ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana».

Le telefonate. Durante il processo furono depositate le trascrizioni di conversazioni telefoniche di agenti con il 113 fatte il 21 e 22 luglio 2001. Nelle conversazioni c’è una poliziotta che scherza sulla morte di Carlo Giuliani: «Speriamo che muoiano tutti… – dice – tanto uno già…1 a 0 per noi…»; e un poliziotto che parla «di teste aperte a manganellate».

Per la difesa l’azione alla Diaz era maturata dalla volontà di arrestare gli autori delle devastazioni che migliaia di manifestanti avevano compiuto in città.

Per l’accusa si è trattatto di una specie di rivalsa voluta dai vertici della polizia che non erano riusciti a tutelare l’ordine pubblico. Nella scuola furono malmenati e arrestati 93 giovani, poi liberati perché contro di loro non c’erano prove.

I poliziotti furono accusati di falsificazione delle prove: le due molotov, i picconi e le spranghe esibiti come tali, secondo l’accusa, sarebbero stati rispettivamente trovati nelle aiuole di corso Italia e in un cantiere aperto nel complesso scolastico. Secondo gli avvocati difensori, però, le presunte falsificazioni sarebbero state causate dalla fretta e dal disordine di quei momenti.

Dal processo sono nate altre tre inchieste: una contro l’ex questore Francesco Colucci, accusato di falsa testimonianza, con il coinvolgimento dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro; la seconda per la sparizione delle bottiglie molotov, smarrite nella questura genovese; una terza per l’identificazione di un poliziotto ripreso nei filmati dell’irruzione e riconosciuto dal pm durante un’udienza tra il pubblico.

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