Il discorso di Tremonti pronunciato alla Camera sul decreto legge per la manovra economica

di isayblog4 Commenta

“Signor Presidente, onorevoli colleghi, pur se la mia presenza in quest’Aula è stata richiesta dalla Conferenza dei presidenti di gruppo, considero comunque per me un grande onore prendere oggi la parola in questa sede. Vi ringrazio per la vostra cortesia e chiedo la vostra attenzione per avere la possibilità di formulare alcune considerazioni che non sono limitate all’atto Camera n. 1386-A, ma sono estese ad un campo più generale. L’azione di politica economica del Governo è mirata a due obiettivi essenziali: la stabilizzazione triennale del bilancio pubblico della Repubblica e la costruzione di una migliore piattaforma istituzionale e legale per lo sviluppo industriale.Più in particolare, la stabilizzazione triennale dei conti pubblici, operata con il decreto-legge oggi in discussione, si caratterizza in base a due elementi essenziali: la concentrazione della manovra prima dell’estate e la sua proiezione triennale. In questi termini emergono simmetricamente due caratteri di novità. Si interrompe una tradizione di storia finanziaria tipica di questo Paese, che per tanti versi possiamo ora considerare negativa e che ha portato il Paese ad avere il terzo debito pubblico del mondo senza avere la terza economia del mondo. Si tratta di una tecnica di bilancio che in questi anni ha portato la stagione di bilancio ad estendersi per nove mesi su dodici. La stagione, infatti, iniziava a luglio con il DPEF, proseguiva con un non sopito dibattito durante l’estate, successivamente si avevano i tre mesi della finanziaria, due mesi di tregua e poi, di nuovo, con la trimestrale di cassa, il dibattito sulla presunta necessaria manovra correttiva. Questa tecnica è stata causa di instabilità, di non credibilità e di un eccesso perverso di spesa pubblica alimentato dalla non naturale, per l’estensione nel tempo, competizione politica.

Il secondo elemento di novità è il superamento di un’anomalia che è stata finora tipica della struttura del bilancio della Repubblica italiana, ovvero che il bilancio fosse presentato con una previsione pluriennale, ma limitato per la parte dispositiva al solo primo anno, assumendo il residuo segmento temporale una dimensione puramente programmatica. La nostra scelta supera l’anomalia di una finta triennalità, di una finta pluriennalità, facendo convergere la parte dispositiva e la parte programmatica in un unico dispositivo. In questi termini il nostro bilancio si allinea allo standard europeo che è tutto costruito su bilanci per obiettivi di medio termine.
Nel merito, vi sono i dati sui quali abbiamo costruito la manovra e la nostra politica economica. Nel 2007 i dati ufficiali ed ufficialmente riconosciuti vedevano un deficit pubblico all’1,9 per cento sul prodotto interno lordo e una crescita verificata all’1,5 per cento. Nel giugno del 2008, a metà anno e prima dell’insediamento di questo Governo, la dinamica di questi numeri aveva assunto un andamento opposto. Il deficit dall’1,9 per cento è salito al 2,5, la crescita stimata era già scesa da un tasso ragionevole, ottimistico e positivo allo 0,5 per cento. Sono dati oggettivi, e mi limito a citare il rapporto di primavera della Commissione europea: il deterioramento della posizione strutturale 2008 della Repubblica italiana rispetto al 2007 è chiaramente non in linea con laprevisione del patto di stabilità e di crescita ribadita con la decisione del Consiglio ai sensi dell’articolo 104 (l’articolo 104 è l’articolo in base al quale era stata decisa la valutazione di apprezzamento di politica economica sul 2007).

Non credo che sia questa la sede per formulare polemiche su ciò che è successo nell’intervallo di tempo tra la fine del 2007 e la metà del 2008. Non credo, inoltre, che sia il caso di formulare considerazioni non appropriate, data la gravità e l’intensità del momento che stiamo vivendo. Credo che possano parlare solo i numeri, e i numeri sono quelli che vi ho detto e che tutti conoscono.
Mi limito solo a svolgere una considerazione. Non ci sono tesoretti ereditati e non ci sono ricchezze giacenti e in qualche mando nascoste. Se, infatti, guardiamo da tutte le parti, troviamo numeri che hanno davanti il segno meno e non il segno più.
Dopo la premessa sui numeri che ho citato, provenienti dall’Europa, farei una scommessa per avere numeri positivi, ma credo che valga la premessa: i numeri hanno tutti il segno negativo. Esiste una mitologia del tesoretto, una serie di ipotesi che in qualche modo integrano una «tesoromachia» che sarebbe in atto. Mi limito a segnalarvi alcuni dati essenziali. I numeri di bilancio pubblico di un grande Paese come l’Italia – e di tutti i grandi Paesi europei – sono apprezzati, valutati, reputati e considerati da almeno dieci soggetti diversi: dalla Ragioneria generale dello Stato, dalla Corte dei conti, dall’ISTAT, dalla Banca d’Italia (in Italia), e dall’EUROSTAT, dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea, dalle agenzie che reputano i debiti pubblici, dal Fondo monetario internazionale, dall’OCSE. In aggiunta, vi sono i centri di ricerca scientifica e il lavoro di trasparenza e di comunicazione svolto dai giornali, dalla stampa e dalla televisione. Ritengo che tutto questo apparato di analisi renderà evidente la dinamica dei numeri in atto, i numeri che vi ho comunicato e che abbiamo trovato (segnalo, comunque, il fatto che questo Governo ha ottenuto la fiducia solo 63 giorni fa).

In una logica di responsabilità repubblicana, è intenzione del nostro Governo rispettare gli impegni assunti dall’Italia in Europa e, in particolare, è intenzione del nostro Governo dare piena e immediata attuazione agli impegni assunti dal Governo Prodi e ribaditi, da ultimo, nella riunione dell’Eurogruppo tenutasi a Berlino il 20 aprile 2007, impegni che, consideratigli obiettivi-vincoli, concordati per l’Italia e dall’Italia in quella sede, si svilupperanno operativamente (come risulta dal testo ufficiale presentato in Parlamento) come indicato nella relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica elaborata dal Governo Prodi e presentata in questo Parlamento il 18 marzo 2008. In essa si legge, tra l’altro, che «nel complesso la politica di bilancio dovrà recuperare risorse per un ammontare che si stima tra i 20 e i 30 miliardi nel triennio 2009-2011». In quella sede si esclude che la correzione possa essere operata dal lato di maggiori entrate, considerando che la pressione fiscale è già al massimo. Rispetto alla relazione presentata dal Governo Prodi nella precedente legislatura, vi sono due varianti. La prima è costituita dal peggioramento registrato nel corso del primo semestre 2008, che non era indicato – se non indirettamente – in quella relazione e che è stato chiaramente rilevato dalla Commissione europea: non si tratta di 1,9 in discesa, ma di 1,9 in salita, un’inversione rispetto alla dinamica sulla quale si era fatto affidamento.

Vi è un’altra scelta di variante rispetto a quello schema e a quell’impegno (che per il resto replichiamo, avendo solo corretto il deficit, non per scelta volontaria, ma per rispetto di obblighi assunti in Europa dalla Repubblica italiana): ridurre il deficit non aumentando le tasse. Si tratta di una variante nella quale ci riconosciamo profondamente, quella di una perequazione tributaria effettuata incrementando elementi di base imponibile e di aliquota sui soggetti operanti nel settore bancario, assicurativo e petrolifero.
A questo proposito, vi è una vasta storia. È stata elaborata, da ultimo, una dottrina scientifica di un certo rilievo – mi sembra anche politico – secondo la quale tutte le imposte applicate a banche, assicurazioni e petrolieri non hanno senso perché vengono traslate.
È una dottrina scientifica secondo cui non si dovrebbero più tassare le banche, ma direttamente i correntisti, e non si dovrebbero più tassare i petrolieri, ma direttamente gli automobilisti. È una dottrina che rifiutiamo. Noi riteniamo che l’imposta sulle società abbia un valore costituzionale e civile profondo e non crediamo che, in base a questo opportunistico e cinico ragionamento, l’imposta ottima e scientifica sia, a questo punto, solo quella sugli operai, perché loro non possono traslare l’imposta .

Quando nella scorsa legge finanziaria è stata raddoppiata l’IVA sul riscaldamento, quella era l’imposta ottima, perché le famiglie non possono traslare. Noi abbiamo preferito tassare l’industria petrolifera, ed escludiamo che avvengano fenomeni di traslazione, anzi, assumiamo che ci saranno fenomeni di ulteriore contribuzione. In ogni caso (Commenti dei deputati del gruppo Partito Democratico). ..mi rendo conto della diversità di opinione, ma noi confermiamo la nostra. Il gettito di quegli incrementi di imposta, stimato a regime pari a 4 miliardi di euro, va tutto ad una destinazione sociale contenuta nei fondamentali del bilancio pubblico. Senza quei 4 miliardi avremmo dovuto ridurre molte voci di bilancio e di prestazione sociale. Quei 4 miliardi hanno aumentato la sostenibilità sociale – per le pensioni, per la sanità – del nostro bilancio pubblico. È stata fatta qualche polemica sull’ipotesi, che confermiamo, di introdurre nel nostro Paese un sistema simile a quello vigente da decenni negli Stati Uniti d’America, il cosiddetto fund stamp. Esiste da alcuni decenni negli Stati Uniti d’America, dove esercita una riconosciuta funzione sociale. Pensiamo che questo fondo possa essere alimentato non tanto e non solo da contribuzioni di bilancio pubblico, quanto da contribuzioni in denaro e in natura provenienti dalla società. Riteniamo che sarà una cosa giusta, perché va incontro a bisogni di cui conosciamo l’esigenza e rispetta in assoluto tutti gli elementi di necessaria riservatezza, a tutela delle persone.
A proposito di interventi sui quali penso che alla fine sia apprezzabile un cambiamento di opinione o un ripensamento,mi limito a citare il caso dei mutui. È stato detto che il provvedimento adottato dal Governo sulla fissazione retroattiva dei mutui alla rata fissa del 2006 avrebbe ucciso la portabilità dei mutui. Mi permetto di considerare l’uccisione della portabilità dei mutui un parricidio impossibile.
Vedete, l’idea della portabilità dei mutui è contenuta nel programma elettorale della Casa delle libertà del 2006: lì appare specificamente l’ipotesi della portabilità dei mutui. Non mi pare che un’analoga ipotesi appaia nel pur non breve programma parallelamente presentato dai nostri oppositori politici.

In politica non esiste il diritto d’autore, ma ci permettiamo di rivendicare che la portabilità era un’ipotesi formulata dalla Casa delle libertà. Non abbiamo vinto le elezioni, ed è stato giusto introdurre quell’elemento nel sistema. Tuttavia, riteniamo che per come è evoluta – e si sapeva a giugno che la struttura del mercato finanziario sarebbe cambiata – la posizione delle famiglie rispetto ai tassi che salivano, fosse giusta la scelta della rata fissa 2006. Riteniamo e confermiamo, anche vedendo come salgono i saggi di interesse, che quella sia stata un’opportunità di sopravvivenza offerta a milioni di famiglie. Il dibattito sul testo specifico degli articoli del provvedimento seguirà.

Mi limito ad alcune considerazioni, che correggono quanto si è detto comunemente in questi giorni a proposito dei cosiddetti tagli.
In primo luogo (e mi soffermerò, comunque, su tale aspetto in seguito), per noi era ed è essenziale e fondamentale mettere in sicurezza il bilancio pubblico della Repubblica italiana. Credo che questo sia il bene pubblico fondamentale che tali interventi tutelano. Tuttavia, in ogni caso, dovendo ridurre il deficit e non potendo aumentare le tasse, le alternative che ci si aprivano non erano numerose: si trattava di una politica di serio contenimento delle dinamiche incrementali della spesa pubblica. Faccio riferimento alla dichiarazione fatta dal presidente Gasparri sulle norme di finanziamento alle forzedell’ordine: 200 milioni di euro riguardanti le assunzioni, 100 milioni di euro per la sicurezza urbana, ulteriori 100 milioni di euro, al comma successivo. In totale, più di 400 milioni di euro di interventi: l’opposto dei tagli.
Una novità che è comunque fondamentale – sulla quale speriamo di avere anche il vostro consenso – è finalmente l’utilizzo, per il finanziamento delle forze dell’ordine, dei fondi che sono stati oggetto di confisca e di sequestro alla malavita .Crediamo che su questo punto vi debba e vi possa essere un concorso ed un consenso civile. È la prima volta che quei fondi non sono congelati in conti dormienti, ma utilizzati al servizio delle forze dell’ordine.

Quanto alla sanità, credo che sarà evidente dalla lettura del testo che sul 2008 non vi è alcun intervento, sul 2009 non vi è alcun intervento riduttivo sulla sanità e, all’opposto, vi è il finanziamento dei cosiddetti ticket, che sarebbero scattati per effetto della precedente legge finanziaria. È a partire dal 2010 che si riducono le dinamiche incrementali di previsione di spesa pubblica: crediamo che ne derivi un bilancio sostenibile – e, comunque, possibile – per un bene primario come la sanità degli italiani. Ritengo che un contributo alla riduzione delle forme anomale di spesa pubblica in questo comparto venga anche dalla magistratura e dalla sua azione moralizzatrice. Questa è la parte relativa al piano triennale di stabilizzazione dei conti pubblici italiani. È stato detto che si tratta solo di una parte, che non basta, che è un profilo puramente numerario, che dentro non vi è il respiro dello sviluppo né quello della crescita. In questa prima parte, ci siamo limitati a rappresentare, nel Documento di programmazione economico-finanziaria, i numeri europei. Linearmente, simmetricamente e rigorosamente abbiamo preso i numeri che ci sembravano corretti e, anche in base ai criteri di prudenza, abbiamo adottato i numeri europei. Tuttavia, non crediamo che la nostra politica economica sia limitata – o possa essere considerata limitata – dalla lettura di quella parte del DPEF, ma che debba essere estesa a tutto il DPEF e ai suoi collegati. Consideriamo fondamentale, nella strategia per il Paese, un disegno di riforme istituzionali e di rilancio industriale. Il disegno di rilancio industriale è contenuto nel disegno di legge che sarà oggetto di discussione dopo il decreto-legge in questione. Si tratta di un disegno nel quale si trovano tutti gli elementi che a nostro avviso – e non solo a nostro avviso, per quanto ci risulta dalla considerazione in cui da fuori inizia ad essere tenuta l’Italia – rappresentano la nostra agenda per lo sviluppo.

Credo che siamo uno dei primi Paesi in Europa che applica al suo interno, declinandola in funzione del suo assetto e della sua struttura istituzionale, l’agenda di Lisbona. Ecco alcuni punti che sono in qualche modo indicativi della nostra strategia di riforma per la costruzione di una piattaforma sulla quale si sviluppa l’industria del Paese. Partiamo dal presupposto che i Governi non fanno l’economia, ma hanno il dovere ed il potere di fare la piattaforma istituzionale e legale su cui si sviluppa l’economia. Molto in sintesi, sul nucleare pensiamo che sia parte del futuro di questo Paese e dell’Occidente lo sviluppo dell’industria nucleare e la concentrazione strategica, a partire dal 2008, dei fondi europei per lo sviluppo. Vedete, l’anomalia che abbiamo registrato nei conti pubblici, nella gestione dei fondi europei – dico “abbiamo”, perché credo che sia stato un limite dell’azione di Governo, nostra e vostra -, è una scelta funzionale che è stata fatta dalla Repubblica italiana negli anni scorsi, ma è la scelta sbagliata. Quei fondi che sono formalmente europei ed originariamente nazionali, ma che l’Europa ritorna e ristorna, orientandoli per grandi interventi, quei fondi sono stati fatti oggetto di un’azione non concentrata per grandi interventi ma, per almeno un decennio, dispersa su minimi interventi, con un movimento che non è stato strategicamente rivolto dal centro verso infrastrutture di sviluppo, ma dalla periferia verso il centro, disperso e disarticolato su migliaia di micro-interventi. Questo ha alimentato anche un pezzo non marginale della «clientela politica» di questo Paese. Un conto è fare un grande intervento strutturale, un conto è, essendo un costruttore, farsi venire in mente una piccola opera municipale o vicinale, raggiungere l’assessore comunale che va da quello regionale, che arriva a Roma e porta al CIPE un elenco infinito di micro-opere. Due, più due, più due, non fa la somma algebrica di due, più due, più due: fa sempre qualcosa di meno. Diversamente, due, più due, più due, se è concentrato su grandi opere, ha per somma un risultato positivo.

Vi rubo un secondo per notare quanto segue: se visitate presso la Commissione Europea il dipartimento relativo ai fondi europei, vedete nei corridoi, per tutti i grandi Paesi, iposter di grandi opere (infrastrutture, dighe). Se invece chiedete – ed io ho chiesto – dell’Italia, aprono un cassetto e vi fanno vedere un book con migliaia di piccole opere. Credo che tutto sia assolutamente dignitoso, ma anche che sia fondamentale, per lo sviluppo del Sud, la concentrazione in un’unica sede di una massa enorme di capitali, per grandi scelte strategiche. Questo assicura al Mezzogiorno d’Italia una direzione strategica e credo possa anche costituire un grande fattore di moralizzazione della vita politica di questo Paese. È stato detto che manca una strategia per le infrastrutture: è intenzione di questo Governo fare un uso attivo della Cassa depositi e prestiti. Finora, tale Cassa, pur trasformata in società per azioni, è rimasta relativamente inattiva nel comparto strategico che pure di alcuni grandi istituti pubblici è stato l’elemento storico. Mi permetto di ricordare che la più grande opera di modernizzazione e di unificazione dell’Italia, l’Autostrada del Sole, è stata fatta con una fortissima regia pubblica, ma senza una lira di fondi pubblici. Pensiamo che la Cassa depositi e prestiti debba fare entrambe le cose: certamente provvedere capitali e finanziamenti ma anche e soprattutto, insieme con altri soggetti, fare la regia delle grandi opere pubbliche che sono fondamentali per questo Paese.

Vi è un elemento che consideriamo qualificante per la graduatoria del nostro Paese nelle statistiche internazionali: la riforma del processo civile. Quest’ultima modernizzerà questo Paese: introdurre e sviluppare il file elettronico e la firma elettronica, superando l’arcaico sistema dei messi che fanno le notifiche contro cui si fa ricorso tanto per prendere tempo, è un passaggio di modernizzazione del nostro Paese.
Nel nostro provvedimento, sono presenti fortissimi abbattimenti di una burocrazia che consideriamo inutile, una burocrazia che fa perdere tempo e fa perdere credibilità al Governo che la impone. Se la burocrazia è necessaria, è fondamentale, ma se la burocrazia è superflua, produce l’effetto opposto. Vi sono poi tante altre misure: per esempio, per i trasferimenti delle società, non sarà più obbligatorio recarsi dei notai. Calcoliamo un risparmio per le imprese, per un costo che era risparmiabile, pari a 300 milioni di euro Vi sono, altresì, molti interventi in cui crediamo profondamente: finalmente una nuova disciplina dei distretti industriali e start up innovativi.

Io credo profondamente nella banca del sud. Il Mezzogiorno d’Italia è l’unica area d’Europa totalmente “debancarizzata”. In tutte le grandi regioni d’Europa vi sono banche locali, territoriali, autoctone. Il Mezzogiorno d’Italia è l’unica regione d’Europa che non ha banche tipiche, proprie, anzi il fatto che vi fossero e non vi siano più (Commenti di deputati del gruppo Partito Democratico) è certamente anche prodotto ed effetto di alcuni errori e degenerazioni della classe politica. Tuttavia, il fatto che vi fossero e non vi siano più non può essere comunque considerata una colpa permanente del Mezzogiorno d’Italia. La linea bancaria si è progressivamente spostata: ancora due anni fa era a Roma, adesso è a Milano ed è prevedibile che l’anno prossimo sia a Monaco di Baviera. Non credo che il merito del credito per un piccolo investimento, per un piccolo imprenditore, possa essere apprezzato correttamente da soggetti così remoti. L’attività di banca non è solo l’utilizzo dei computer, la compilazione di formati, l’utilizzo di ratios, ma è qualcosa che ha anche a che vedere con i rapporti umani, con la conoscenza dell’imprenditore, della sua famiglia, della sua storia, del suo carattere e della sua onestà. Noi crediamo in una banca pubblica, nel senso di azioni diffuse tra il pubblico, non con soldi pubblici. Ci è stato detto: «soldi pubblici», ma sono vietati dall’Europa, quindi tranquillizziamoci in questi termini: non sarà la replica di quegli istituti che hanno, alla fine, distrutto capitale pubblico, non sarà così. Può essere che l’esperimento incontri alcune difficoltà, ma crediamo che sia, comunque, una necessità. Noi non crediamo al cinico fatalismo di chi – avendo considerato e forse anche provato esperimenti negativi, anche magari direttamente, di persona – condanna il sud a non avere una banca del sud. Vogliamo provare a fare in modo che il sud abbia una banca del sud .

L’altro settore del nostro intervento è quello delle riforme istituzionali, che noi consideriamo strategiche per questo Paese, importanti almeno quanto le riforme che cerchiamo di fare e che facciamo sulla piattaforma istituzionale di questo Paese per lo sviluppo dell’industria. Le riforme istituzionali sono: la riforma costituzionale sostanziale – la bozza Violante,sulla quale è in atto una costruttiva discussione – e il federalismo fiscale. Ho considerato molto importanti, a questo proposito, due interventi svolti nei giorni scorsi dal Presidente Fini e, oggi, dal presidente D’Alema. Credo che siano stati interventi che qualificano questo Paese, sul versante della classe politica, un Paese che esprime statisti. Per quanto riguarda il federalismo fiscale, faccio alcune considerazioni molto velocemente. La prima: come è abbastanza evidente, in base alla Costituzione della Repubblica italiana, la materia del federalismo fiscale non è possibile oggetto di referendum, essendo materia di bilancio e tributaria.

Tuttavia, pur non essendo “referendabile”, il federalismo fiscale, per scelta di questo Governo – speriamo e apprezziamo anche per simmetrica scelta da parte dell’opposizione – può essere realizzato solo con un consenso generale. Aggiungiamo e notiamo che nel Paese non c’è solo consenso, ma anche convinzione; da ultimo, convinzione e fiducia che viene anche dal Mezzogiorno d’Italia.
Registriamo nel Paese la caduta di giustificabili diffidenze: credo che si diffonda nel Paese, anche nel Mezzogiorno, la convinzione che il federalismo fiscale sia o possa essere, pur protetto dai due fondi di perequazione e solidarietà previsti dalla Costituzione della Repubblica italiana, nella quale profondamente ci riconosciamo, pur dentro quel sistema di protezione, una prospettiva positiva.

Negli anni passati l’idea del federalismo fiscale applicata all’Italia era indicata sui mercati finanziari come la via per l’Argentina; adesso, forse, c’è quasi l’eccesso opposto, vale a dire che si potrebbe pensare che sia la terra promessa.
Credo abbia senso stare a metà; stare a metà vuol dire provarci, farlo, esserne convinti ed essere convinti sulla possibilità di farlo. Credo che la ricerca del consenso non possa essere limitata solo al rapporto, semplificando, tra destra e sinistra, ma debba essere fatta anche tra centro e periferia, coinvolgendo anche le regioni e la dimensione municipale, che è una dimensione storica non marginale, ma fondamentale nella vita civile di questo Paese. Credo che la sede giusta, anche perché si tratta di un collegato alla legge finanziaria, sia la Camera dei deputati; nonla sede del Governo o di un ministero, ma la Camera politica dei deputati.

Credo che sia fondamentale l’accordo tra tutti noi sulla preventiva costruzione di una base di dati condivisi sulle grandezze di finanza pubblica; è fondamentale, prima di fare scelte politiche, avere una base di dati condivisi sulle entrate, sulle uscite, sugli stock, sui flussi, su tutte le dinamiche aggregate. È facile fare esercizi arbitrari, ma è fondamentale fare un esercizio di costruzione di una base di dati comuni condivisi. Per quanto ci riguarda, tutto è aperto a tutte le scelte, senza pregiudiziali ideologiche o tecniche, sapendo che il quadrante della riforma sarà tra tasse, spese, patrimonio e debito. Alcune ipotesi sulle tasse: non c’è alcuna scelta preconcetta ed è tutto aperto. L’unico obiettivo che ci poniamo, che è quello fondamentale del federalismo, è l’avvicinamento quanto più prossimo, quanto più forte possibile, tra ciò che si amministrata e ciò che si tassa, in modo da stabilire, dal basso verso l’alto, il collegamento fondamentale della democrazia: no taxation without representation. È bellissimo il saggio di Tocqueville sulla democrazia, laddove è scritto che la democrazia inizia dalla pubblicazione del bilancio presso la casa comunale. Crediamo, tra l’altro, che la scelta federalista sia quella strategica per ridurre l’evasione fiscale in Italia. Tutto è possibile in una logica centrale e molto è stato fatto, credo anche con il nostro concorso.
La riforma della legge sulle esattorie, la nazionalizzazione delle esattorie, che ha rimosso lo scandalo delle esattorie private, che pure per un secolo e passa, per decenni, è stato caratteristico del nostro Paese, è dovuto a una legge finanziaria, l’ultima fatta da noi.

Crediamo che l’effettivo contrasto all’evasione fiscale possa venire con il federalismo fiscale, in un Paese che ha 8 mila comuni e più di 4 milioni di partite IVA. Già nella legge finanziaria c’è un significativo potenziamento della partecipazione dei comuni all’accertamento delle imposte dirette, ma crediamo che la via fondamentale sia quella territoriale. Sulle spese credo che ormai si stia formando un consenso: non partiamo dalla spesa storica, che contiene le distorsioni storiche, partiamo da standard nuovi, comuni, sui quali poi sigiocherà al meglio o al peggio; ma certo non possiamo andare avanti con un sistema che nel 2000 spendeva per le invalidità circa 6 miliardi di euro, che oggi, dopo il Titolo V asimmetrico, ne spende più di 12. Un raddoppio delle spese di invalidità non è giustificato dal declino demografico della popolazione, dall’abbattimento sulla nostra popolazione di eventi catastrofici esterni, non è del nord, del centro, del sud, non è di destra, non è di sinistra, non è dei grandi o dei piccoli; è un fenomeno tuttavia insostenibile. Dobbiamo aiutare i veri invalidi, dobbiamo evitare di finanziare falsi invalidi.

L’altro prezzo del quadrante è il patrimonio. Nei nostri due programmi elettorali c’è l’ipotesi, è avanzata l’ipotesi di alienazione di parti importanti del patrimonio immobiliare. La Repubblica italiana ha un enorme passivo collocato sul mercato nella forma di titoli di debito, ha un ancora maggiore attivo attualmente fuori dal mercato: un attivo fatto da beni materiali, immateriali, regionali, comunali e statali. È molto difficile ipotizzare che tale enorme patrimonio, credo uno dei più grandi dell’Occidente, possa essere trasferito sul mercato in blocco, di colpo, soprattutto nelle presenti condizioni di mercato. Un’ipotesi che facciamo – ma è solo un’ipotesi – è quella di trasferire tutto il patrimonio pubblico ai comuni, alle regioni dove si trovano gli immobili, in modo che siano loro a valorizzare questi beni. Non è un trasferimento, ma è il ritorno alla condizione, alla posizione dove quei beni nella storia si sono formati e costruiti.
Credo che sia corretta la definizione che ha dato del federalismo fiscale il Presidente della Repubblica, definendolo: ineludibile.
Da ultimo chiedo la vostra attenzione, ancora per poco, per alcune considerazioni di scenario, che non sostituiscono quanto ho detto dianzi ma in qualche modo si aggiungono; e credo che sia questa la sede per farle da parte del Governo. Ci è stato detto: il Governo non deve fare scenari, non deve formulare delle visioni, ha compiti più specifici; noi siamo sul locale, conta la prassi. Credo che invece conti tutto, in un momento in cui è fondamentale agire localmente ma anche pensare globalmente e viceversa, in un momento in cui l’intellettuale è politico e il politico è intellettuale; non ci sono le ideologie, ma non possiamo pensare che la politica si riduca solo alla prassi specifica: dobbiamo tentare di avere una visione generale. E credo che tutti noi la abbiamo: può essere una visione diversa dell’uno rispetto all’altro, ma credo che tutti noi sappiamo, e nel Paese si sa, che a questa altezza di tempo, in questo momento storico, è fondamentale avere anche una visione di quello che sta succedendo. E devo dire che nell’intervento dell’onorevole Di Pietro, pur riferito all’ordine dei lavori, mi sembrava chiara, sia pure diversa dalla nostra, questa cifra politica.

Faccio solo un piccolo passo indietro. Mi permetto di rileggere il nostro programma elettorale, perché è un testo su cui riteniamo sia giusto fermare ormai da parte di tutti l’attenzione; e credo che sia stato fatto oggetto di un intellettualmente onesto riconoscimento, su un articolo de l’Unità da parte dell’onorevole Visco, del professor Visco, questo brano del nostro programma elettorale:
«Questo programma si estende sull’intero arco della prossima legislatura. (…) Cinque anni sono un periodo di tempo sufficientemente lungo per graduare l’avanzamento progressivo degli interventi. (…) In ogni caso ci è ben chiaro che la realizzazione del nostro programma» – così è scritto nel programma che abbiamo presentato agli italiani – «è sottoposta a tre vincoli essenziali: (…) il vincolo costituito dall’attuale instabile equilibrio dei conti pubblici italiani, (…) il vincolo imposto dagli impegni di trattato europeo, impegni che l’Italia ha assunto, (…) il vincolo costituito dalla crisi economica in atto nel mondo ed in Italia, una crisi che può aggravarsi e che in questi ultimi due anni è stata irresponsabilmente ignorata o sottovalutata».
Noi crediamo di avere una visione culturale e politica, una visione sufficientemente vasta ed approfondita e – in qualche modo – anticipata per poter vedere e valutare cosa sta accadendo nell’economia globale, quali forze sono in campo, quali dinamiche sono in atto nel mondo e quale impatto hanno per questa via le crisi che stanno investendo l’Europa e l’Italia: la crisi alimentare, la crisi energetica, la crisi finanziaria, le crescenti tensioni geopolitiche. È un impatto che, derivando dallo spostamento globale di enormi stock e flussi di ricchezza nel mondo, in Europa e in Italia, è quasi sempre regressivo ed erosivo – fino ad essere potenzialmente distruttivo – delle nostre strutture sociali.

Quali riflessioni vorrei fare con voi? È molto semplice. Dieci o quindici anni fa il mondo era fatto in modo radicalmente diverso: l’80 per cento della ricchezza era posseduta e controllata da 700 milioni di persone riunite in un unico meccanismo di governance, unificato da un unico codice monetario, il dollaro, e da un unico codice linguistico, l’inglese. Quel mondo in dieci o quindici anni (un tempo che riteniamo storicamente minimo, poiché per fatti che hanno questa dimensione storica dieci anni sono un istante) è radicalmente cambiato. La nostra tesi è che questo processo avrebbe potuto essere rallentato – non fermato, ma rallentato – e abbiamo cercato di dire perché e di prevedere cosa sarebbe successo diversamente.
All’epoca, l’illusione era comunque che – come si legge sui documenti politici di allora – l’acqua saliva e che, salendo, avrebbe sollevato tutte le barche. Poi abbiamo avuto l’impressione che l’acqua non saliva in Europa, ma pensavamo che salisse in Asia; oggi, abbiamo l’impressione netta che, attraverso l’aumento dei prezzi in particolare del petrolio, sia in atto un pompaggio della ricchezza dell’occidente verso altre aree del mondo. E non possiamo dire che l’effetto è redistributivo in senso positivo, poiché quel pompaggio va in favore di entità e strutture che non sono propriamente definibili come umanitarie o democratiche e va comunque a danno drammatico e verticale della parte più povera del mondo.
Il mondo è dunque radicalmente cambiato in termini profondamente negativi, opposti rispetto alle prospettive che ci erano state prefigurate. Quell’80 per cento di ricchezza controllato da 700 milioni di soggetti è sceso al 50 per cento, mentre l’altro 50 per cento è controllato oggi da soggetti che hanno caratteristiche opposte rispetto ad essi: non sono unificati dallo stesso codice di governance (giusto o sbagliato, il vecchio G7 era molto più forte di quanto è adesso il G8). Sono soggetti che hanno spinte storiche e dimensioni anarchiche, a volte democratiche, a volte non democratiche: tuttavia, sono soggetti che producono nel mondo, per opposizione all’altro 50 per cento, effetti di progressiva e complessiva instabilità caotica. Non credo che sia positivo o possibile prevedere un equilibrio nel quale per l’altra metà della ricchezza l’inflazione supera il 10 per cento: è evidente che siamo oltre una possibile soglia di rottura.
Il ruolo di questo Governo è stato quello di porre taluni argomenti di carattere culturale e morale nelle sedi internazionali nelle quali avevamo spazio e voce. È stata posta la questione della speculazione sulle materie prime, non solo sul petrolio ma anche sui cereali e sul riso, ed era un modo per indicare una crisi complessiva del sistema.

Gli argomenti che abbiamo ricevuto in opposizione sono stati in parte fondati in parte infondati. Per esempio, ci hanno detto: sul mercato delle commodities il prezzo del mais e dei cereali sale perché si usano i biocarburanti. E con il riso, come la mettiamo? Il riso non si usa per i biocarburanti, ma il suo costo sale comunque. Si pongono enormi questioni che si aprono ad una dialettica che noi tutti dovremmo fare, cercando di guardare anche intorno al nostro Paese. Vi faccio un esempio per tutti: tra gli obiettivi energetici dell’Europa vi è quello che una quota importante delle produzioni e del consumo sia fatta da biocarburanti (il 20 per cento entro il 2020). La domanda è: produrre ed utilizzare i biocarburanti in questo modo è un obiettivo positivo e propositivo, o è un crimine contro l’umanità? Noi abbiamo posto la questione della speculazione per indicare, più in generale, la degenerazione di alcuni meccanismi capitalistici. Il capitalismo nasce dentro strutture che sono tipiche e nazionali, nasce dentro un meccanismo di giurisdizioni legali e di controllo; la struttura attuale del capitalismo nella sua componente più dinamica – quella finanziaria – è uscita dagli schemi legali originari. La struttura del reddito e del capitalismo nasce con la company inglese (la nave che esce dal porto, quella che arriva, le merci in magazzino); nasce il concetto di società per azioni, nascono i concetti di proprietà, di diritto, di dovere; nascono i controlli pubblici, i controlli legali e quelli di opinione pubblica.
La parte più affluente e più dinamica del capitalismo si è sviluppata in un regno di anomia, fuori da questo territorio e fuori dagli schemi legali tipici, su schemi nuovi atipici (gli edge fund) e, soprattutto, fuori dalle giurisdizioni nazionali, cercando contesti di operatività non controllata.

E questo ha spiegato – e spiega – la crescita esponenziale, su numeri fantastici, di ricchezza inventata che viene scalata (e mentre prima erano gli attivi adesso sono le perdite nell’ordine di trilioni e trilioni di dollari). In troppi operatori finanziari nell’attivo di bilancio non si trovano dei beni e non si trovano delle valutazioni, come loro dicono, marked-to-market, ma si trovano valutazioni marked-to-model, cioè a dire che non si tratta di numeri rilevati sul mercato ma di numeri inventati con il computer per fare stare in piedi una cosa che non sta in piedi.
La crisi finanziaria in atto – vi dirò una cosa che molti sanno ma pochi dicono – è la stessa bolla speculativa che nasce negli anni Novanta con la new economy, si sviluppa negli anni scorsi con la subprime economy ed arriva adesso a corrodere spostandosi dal campo finanziario. Vedete, se uno perde i soldi finanza su finanza tutto sommato sono affari suoi; ma altra cosa è se uno cerca di rifarsi delle perdite fatte sulla finanza speculando sul petrolio, sul grano o sulle materie prime, determinando impatti sociali negativi nel mondo ed effetti di povertà (nei Paesi poveri, le rivolte del pane, fatti che pensavamo trascorsi per sempre; nei Paesi fortunatamente meno poveri, comunque drammatici problemi di tenuta e di consenso sociale).
Questo è inaccettabile, ed è questa la ragione per cui noi abbiamo posto in Europa e nel G8 la questione della speculazione. È stato detto che essa non esiste in base ad argomenti che ricordano quelli del don Ferrante di Manzoni, il quale, applicando categorie aristoteliche alla peste, se cioè fosse sostanza o accidente, e studiando se la peste fosse sostanza o accidente (speculazione, inflazione o qualcos’altro), morì di peste: è un destino che non vogliamo avere e vedere!
Ci sono problemi più fondamentali che riguardano l’Europa. Vedete, l’Europa è costruita – correttamente e giustamente – sull’idea del mercato perfetto, un’idea che è basata sul concetto che il mercato unico europeo fosse l’unico mercato al mondo. Dopo decenni e decenni dobbiamo verificare che quel mercato non è più l’unico e che intorno all’Europa stanno operando soggetti che hanno caratteristiche non competitive, ma caratteristiche aggressive, totalmente diverse da quelle di mercato: sono monopoli, duopoli, cartelli, fondi sovrani, strutture che niente hanno a che vedere con il mercato.

La stessa famosa Gazprom non è molto simile – o simile – ad una normale società per azioni, ma è qualcosa di drammaticamente simile alla Compagnia delle Indie. Noi crediamo che tutto questo debba essere fatto oggetto di riflessione. In America salvano le banche e se fate attenzione in America la capitalizzazione delle banche è enormemente inferiore alle linee di credito aperte dal Governo alle banche. Il sistema bancario in America è oggetto di una progressiva nazionalizzazione. Da noi si contesta l’aiuto di Stato alla Northern Rock.

Come è messa l’Italia? Credo che il nostro Paese in uno scenario di crescente criticità abbia delle strutture che ci danno, se ben governate e considerate, anche delle grandi opportunità. Il sistema bancario italiano è più solido di quello di altri Paesi. In questo momento le prime due banche italiane sono tra le prime dieci banche del mondo. Sono statistiche, però il sistema bancario italiano, nel suo insieme, è molto più solido di quello di altri Paesi. Non possiamo naturalmente, date le interdipendenze, escludere crisi ma il grado delle interdipendenze che sono in atto nel mondo ci permette, comunque, di valutare il nostro sistema bancario come un sistema relativamente più solido degli altri.
Per inciso, il Governo è fortemente contrario alle ipotesi in atto che, in base a stilizzazioni economiche e a idee di mercato ottimo, imporrebbero alle nostre grandi banche di cedere la struttura del risparmio gestito a operatori esteri che prendono i nostri capitali e li investono per le loro imprese. È opportuna la conoscenza dell’inglese ma, francamente, ci ha in parte salvato il fatto che, escluse alcune lodevoli eccezioni, nelle banche italiane non si parla in inglese ma si parla con le imprese.
Il sistema assicurativo italiano è solido. Il sistema industriale è solido, pur con le debolezze che conosciamo. Tali debolezze sono state accresciute dalla follia compiuta negli anni scorsi con la politica delle cosiddette privatizzazioni che, fatte male, hanno portato a trasferimenti a soggetti che non avevano i capitali ma i debiti e hanno disperso un pezzo fondamentale della struttura industriale del Paese. Forse adesso verifichiamo che la politica sbagliata è stata quella degli spezzatini fatti in un Paese solo.

Per tutte queste ragioni pensiamo che il nostro Paese abbia, pur nelle crescenti difficoltà, anche delle grandi opportunità, se sta insieme nel suo insieme. È questa la ragione per cui consideriamo non una colpa (se è una colpa è una felix culpa) avere blindato il bilancio della Repubblica italiana prima dell’estate e averlo blindato in una struttura che lo pone al riparo da potenziali criticità sistemiche. Speriamo che non vi siano ma consideriamo fondamentale, nell’interesse del Paese, la scelta di blindare il nostro bilancio per tre anni prima dell’estate. In tali termini non possiamo accettare la vecchia demagogia illusionista, piazzista e deficista che ha portato il nostro Paese ad accumulare il terzo debito pubblico del mondo.
Per usare meglio le risorse pubbliche abbiamo tentato di ridurre quanto più possibile elementi di spesa pubblica che ci sembravano comprimibili e gli sprechi, ma restiamo convinti del fatto che il bilancio pubblico è il bene superiore che dobbiamo difendere perché nel bilancio pubblico risiede la sicurezza pubblica, c’è non solo il risparmio pubblico ma anche il risparmio delle famiglie.
Sappiamo bene quanta sofferenza vi è e cresce nel Paese, ma sappiamo anche che questa non scende bensì sale se si fanno politiche deficiste, illusioniste e di spesa pubblica non coperta.
Per me e per noi, in conclusione, è un onore servire in questo momento il nostro Paese. È un onore chiedere qui il vostro sostegno. Il testo che presentiamo per la discussione è un testo che contiene totalmente le decisioni prese nel lavoro delle Commissioni, con alcune marginali modifiche.
Su alcuni provvedimenti la discussione si è sviluppata solo in modo parziale e non siamo arrivati al voto.
Sono sostanzialmente quelli relativi alla non emendabilità della legge finanziaria con elementi o con interventi microsettorialiper un anno, alla non emendabilità per il prossimo anno per la prossima legge finanziaria e riteniamo sia una scelta giusta perché, nella strategia che crediamo nell’interesse del Paese, è meglio chiudere la discussione sul bilancio pubblico e non continuarla a saldi aperti durante la tempesta.
Le varianti sono: la copertura del ticket per 400 milioni, l’esclusione di tutte le autorità indipendenti dal meccanismo di tagli, il finanziamento di alcune attività radiofoniche e (variante tecnica) una modifica nella normativa sulle semplificazioni in tema di documentazione.
Questo è il testo delle Commissioni con, lo ripeto, solo parziali aggiunte e modifiche (realmente solo parziali); è il testo sul quale noi abbiamo ragione di ritenere che, pur nel contesto di un’importante discussione parlamentare, abbiamo fiducia. Vi ringrazio per l’attenzione”.

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