Finocchiaro (PD): Sulle intercettazioni rispettata la decenza, ora via la salva-premier

di Mariella Commenta

 Due passi indietro in meno di 24 ore. Silvio Berlusconi, dopo aver annunciato che non sarebbe andato in tv a farsi intervistare da Enrico Mentana, ha ritirato dall’ordine del giorno dei Consiglio dei ministri il decreto legge sulle intercettazioni telefoniche che lui stesso aveva sponsorizzato nei giorni scorsi in sostituzione al disegno di legge da presentare in Parlamento. Un rigurgito di saggezza da parte del premier, come qualcuno sostiene?

Forse sì, ma dalle motivazioni addotte per giustificare la sua rinuncia a comparire a Matrix traspare qualcosa di paradossale. “Non andò in televisione per non alimentare pettegolezzi e perché i problemi degli italiani sono bene altri”. Come se fosse stato qualcun altro, se non lui stesso, a mettere al centro dell’agenda politica provvedimenti volti a risolvere prevalentemente i suoi problemi con la giustizia.

Durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri, il premier non cambia toni, anzi. “Ci viene gettato addosso fango. I giudici non riusciranno nel tentativo di sovvertire il governo. Non ce l’fanno fatta nel 1994, non ce la faranno neppure nel 2008”. Se la decisione di non presentare un decreto, sul quale si era espresso in termini negativi il presidente della Repubblica, ha evitato un gravissimo strappo istituzionale, non certo si può dire che l’intenzione del premier sia quella di ricucire con un altro potere costituzionalmente riconosciuti: la magistratura.

Non fare il decreto legge sulle intercettazioni è “rispetto alla decenza nel merito e nel metodo”, afferma la capogruppo del Partito Democratico in Senato Anna Finocchiaro. “Non è una norma urgentissima né riguarda una emergenza del Paese”, visto che “la vera questione sono salari e redditi”. Finocchiaro invece ricorda il disegno di legge del governo Prodi, “una traccia sulla quale può lavorare il Parlamento” e che “è stato già approvato dalla Camera”. E poi, “non ci convincono le penalizzazioni della libertà di informazione volute dal Pdl”.

Secondo il coordinatore del Governo ombra del PD Enrico Morando, “la rinuncia del governo all’utilizzo dello strumento del decreto legge è una vittoria del PD. La dura presa di posizione di Veltroni – afferma – è servita: sul ddl si potrà sviluppare un utile confronto tra maggioranza e opposizione così da rispondere meglio sia all’esigenza di assicurare il pieno sviluppo delle indagini sia all’esigenza di tutelare pienamente il diritto dei cittadini alla riservatezza”.

Accantonata la malsana idea di un decreto d’urgenza sulle intercettazioni, sul campo rimangono altri due nodi riguardanti ancora una volta il premier e i suoi problemi con la giustizia. Da una parte la famigerata norma “salva-premier” o “blocca-processi”, inserita con un emendamento nel decreto sulla sicurezza; dall’altra il così detto lodo Alfano, che altro non è se non una riedizione del lodo Schifani.

Quanto al primo punto, rimane il paradosso di una norma inserita nell’insieme dei provvedimenti sulla sicurezza che, di fatto, va in direzione completamente opposta. L’effetto del provvedimento in questione sarebbe paragonabile, come ha fatto notare il segretario del PD Walter Veltroni, “ad un mini-indulto”, data la quantità di reati che verrebbero de facto depenalizzati. E’ ancora Anna Finocchiaro a sfidare il premier su questo terreno: “Se non è una norma ad personam – come sostenuto dal premier durante la conferenza stampa – allora la tolga dal decreto legge, perche’ si tratta di una misura che getta nel caos i tribunali e non ha alcuna razionalità: perché i reati commessi prima del 2002, infatti, sono meno gravi degli altri?”.

Quanto al lodo Alfano, o lodo Schifani-bis, tra le voci di protesta si alza quella di cento costituzionalisti che hanno firmato un documento dall’emblematico titolo: “In difesa della Costituzione”. I docenti – tutti ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, tra cui gli ex giudici della Consulta Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky e Leopoldo Elia, presidente emerito della Corte Costituzionale – si dicono “vivamente preoccupati”. Tra i primi firmatari del documento anche Alessandro Pace, Enzo Cheli, Alessandro Pizzorusso, Franco Bassanini, Federico Sorrentino, Franco Modugno e Mauro Volpi. Il lodo Alfano, dicono, punta “a reintrodurre nel nostro ordinamento l’immunità temporanea per reati comuni commessi dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio e dai Presidenti di Camera e Senato anche prima dell’assunzione della carica”; immunità già prevista da un articolo della legge n. 140 del 2003, “dichiarato illegittimo – ricordano – dalla Corte costituzionale” nel 2004.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>