Roma al ballottaggio. Michetti versus Gualtieri

di Redazione Commenta

Se fossimo in un classico western, potremmo chiamarlo «il Duello» e avremmo una storia molto semplice da raccontare: uno in nero e «cattivo», l’altro in bianco e «buono». Ma siamo nella realtà, e le cose sono un po’ più sfumate. Abbastanza da dare uno sguardo più da vicino – giusto per capire «i grigi» e, dunque, quale la decisione che i romani sono chiamati a prendere domenica 17 e lunedì 18 con il voto per il ballottaggio comunale.

Cominciamo dal candidato di centrodestra, Enrico Michetti.

Secondo il software Turnitin (come spiegato da business.it, usato per scoprire plagi accademici), il suo a lungo misterioso programma sarebbe per oltre un decimo copiato da diversi altri uomini pubblici: mancanza di idee? Pigrizia? Arte di arrangiarsi? Comunque sia, la dice lunga – se non altro, su un modo a dir poco superficiale e infantile di affrontare candidatura, ruolo che si vuol ricoprire, responsabilità e giudizio degli elettori, evidentemente considerati troppo disattenti per accorgersene. D’altronde, chi mai si metterebbe a leggere 120 pagine, per di più andando a controllare per distinguere tra originalità e scopiazzature?

Perché va bene essere cresciuto in oratorio – o, come dice l’amico Lorenzo Cesa, “nel mondo della parrocchia” – ma questo non cambia la presenza nelle sue liste, oltre alla davvero imbarazzante Francesca Benevento, di candidati Casa Pound. Liquidare la faccenda con un “non posso controllare i tatuaggi di tutti” è un tantino sprezzante oltre che sbrigativo, e ci porta a chiederci: d’accordo, non ha scritto lui il programma, ma neanche dei propri candidati è informato? Pensa di guidare il Campidoglio nulla sapendo né di quello che esce con il suo avallo, né dei propri consiglieri e collaboratori?

E non finisce qui. Non voler fare un appello a vaccinarsi in quanto non esperto, “un farmacologo o un medico”, potrebbe essere considerato molto liberale e persino umile. Solo che certi ruoli implicano anche la responsabilità di prendere una posizione chiara, semplicemente per l’autorevolezza (quando non il modello) che quel ruolo rappresenta. «Il Primo cittadino» non indica una superiorità gerarchica, bensì di leadership – e questo andrebbe capito prima di candidarsi ad alcunché.

Anche perché, nel frattempo, il suo lavoro con la piattaforma online Fondazione Gazzetta Amministrativa è sotto inchiesta – sia da parte dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, sia da parte della Corte dei Conti – per degli appalti milionari affidati senza gara: sette anni consecutivi nei quali il Consiglio regionale del Lazio avrebbe acquistato riviste e software per oltre un milione di euro. Per uno che, all’Università di Cassino, insegna Diritto degli enti locali, niente male davvero.

Passiamo al candidato del centrosinistra, Roberto Gualtieri.

In soli 3 anni, è passato da europarlamentare a Ministro dell’Economia e deputato a candidato in corsa per il Campidoglio: i romani possono solo sperare che l’impegno in dibattiti, incontri, giri per la Città e manifesti elargito in questa campagna elettorale sia segno di una rinnovata stabilità, tale da farlo resistere per 5 anni nello stesso ruolo, nonostante le elezioni regionali e politiche del 2023.

Già: Roma come priorità. Perché, come Ministro dell’Economia, al momento della redazione del Piano di Ripresa e Resilienza aveva assegnato alla Città Eterna poco più di 500 milioni (in gran parte, per il Giubileo) mentre ora, da aspirante Sindaco, ne chiede a Draghi 2 miliardi – e sempre per il Giubileo. Che, per il candidato progressista, Roma non sia più marginale, è una buona notizia; che, di tutte le vere e gravi emergenze di Roma, la precedenza per i fondi vada al Giubileo, lo è un po’ meno. Staremo a vedere se qualcosa è cambiato davvero.

Nel frattempo, mentre per il primo turno aveva sostenuto di non voler fare apparentamenti al ballottaggio, annunciando però che avrebbe chiesto agli elettori di Raggi e Calenda di sostenerlo al secondo turno, oggi i romani sanno che Calenda voterà per lui a condizione di non vedersi i pentastellati in Giunta, ma anche che i voti di Virginia Raggi dovranno pur andare da qualche parte.

Vada come vada, la cosa più importante sarà l’amministrazione di una Città che, in pochi giorni, si è vista nominare «Capitale mondiale della sporcizia”, «Capitale europea dei crolli e delle voragini” e città più congestionata d’Italia. Anche perché, oggettivamente, proposte come quella del ‘Sindaco della notte’ – di enorme successo, sociale ed economico, in tutte le grandi città del mondo nelle quali è stata adottata – non sarebbero affatto male.

Che vinca il migliore, dunque: Roma e i romani se lo meriterebbero.

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