Elezioni Roma: Guida completa ai quattro candidati “Big” (parte prima)

di Redazione Commenta

Il primo giro di campagna elettorale romana sta per finire e, siccome ne avremmo viste e sentite abbastanza come autoproclamate o esternamente declamate «virtù», vogliamo dare un’occhiata anche agli oggettivi «vizi» – e questo per un voto più consapevole, che meglio possa valutare e soppesare prima di decidere.

Perché, di fronte ai problemi reali nella vita reale, qui non si tratta più di appartenere a tale o talaltro schieramento o dell’eventuale apprezzamento di tale o talaltro personaggio, programma, manifesto e post Facebook: qui si tratta di una responsabilità precisa – verso Roma, chi ci vive, chi ci lavora e chi ci passa. Perché cosa succederà o meno nei prossimi 5 anni, con quali benefici per i quali gioire o con quali danni da deplorare e dei quali lamentarsi, dipende da ogni persona chiamata a esprimersi. E questo nonostante la fatica, il traffico, lo stare in fila distanziati o le dimensioni della scheda elettorale, che già aprirla e orientarsi sarà un’avventura.

Lo faremo in due parti: la prima, dedicata a Virginia Raggi e Carlo Calenda – l’uscente e l’outsider; la seconda, a Enrico Michetti e Roberto Gualtieri – centrodestra e centrosinistra. E che vinca il migliore.

Virginia Raggi

La “prima cittadina” esulta per l’ottimo lavoro fatto e chiede un secondo mandato per portarlo a compimento – solo che circa due settimane fa Roma è stata proclamata, in ordine, Capitale mondiale della sporcizia, Capitale europea dei crolli e delle voragini e città più congestionata d’Italia. Tre primati a dir poco desolanti, per i quali ci sarebbe poco da gioire.

In verità, un’amministrazione cominciata subito male, con un’incredibile sequenza di assessori messi da subito in discussione, scandali, malcontento e corruzione, che oggi lascia ai romani il conto da pagare: un buco da 122 milioni nel bilancio del Campidoglio – di soldi pubblici, ricordiamocelo – pur avendo cominciato da uno in attivo da 277 milioni. Cioè, 399 milioni scomparsi chissà dove, nella città con le tasse locali più alte d’Italia, che la raggiante amministrazione pretendeva di governare al grido di “honestà honestà”. E non solo, dopo solo un anno, il bilancio era sceso da 277 a 110 milioni: dopo tre, la Giunta aveva già perso dieci assessori – chi perché dimissionario, chi perché indagato o persino arrestato.

E pensare che quel “no” alle Olimpiadi del 2024 (e, in generale, ai grandi eventi) ma anche il “no” allo Stadio di Roma erano stati argomentati con l’esigenza di non sprecare i soldi pubblici, perché i romani avevano “altre priorità”: già, presumiamo quelle di trovarsi con più rifiuti, bus in fiamme, cinghiali allo stato brado, trasporti in tilt e un’invivibilità mai vista nella storia della città – invasioni barbariche escluse. Abbastanza da perdere anche l’Eurovision Song Contest, perché non in grado di ospitarlo.

Infine, l’ultimo scempio in ordine di tempo: i pini, icona e simbolo di Roma, morenti per un’epidemia che li sta devastando. Un milione di alberi ai quali potremmo dover dare addio entro l’anno. La soluzione dell’amministrazione? Abbatterli – tanto, “di epoca fascista”. Anzi, il penultimo se contiamo i lavoratori di Roma Metropolitane messa in liquidazione dalla “prima cittadina” due anni fa, appena lasciati senza stipendio e senza un futuro. Qualcuno dirà: “Ha fatto anche cose buone” – Senz’altro: niente funivia.

Carlo Calenda

Si candida con Scelta Civica, non viene eletto ed esce; s’iscrive al PD, lancia un proprio Manifesto, corre alle europee assieme al PD, viene super-eletto ed esce; si allea con repubblicani e liberali, si candida a Sindaco di Roma e staremo a vedere. Che tutto questo parli di una certa irrequietezza e di essere almeno un po’ scostante con gli interlocutori di volta in volta scelti, lo confermano soprattutto i suoi rapporti con il PD – che critica aspramente per anni salvo annunciare che, al secondo turno, chiederà ai suoi elettori di scegliere proprio il candidato del PD, e questo un attimo dopo aver accusato il PD di star siglando “un patto con i 5 Stelle per portarli in Giunta”.

I toni poi, cambiati da determinati ma civili a decisamente ineleganti per un aspirante “primo cittadino”. Che si tratti di dichiarazioni nelle piazze o sui canali social, l’ex Ministro sembra essere stato colpito da un improvviso celodurismo, “di bassa lega” in tutti i sensi, con un lessico e dei modi degni del degnissimo Vernacoliere. Spiace: togliersi la cravatta e girare in camicia o maglione, a sforzarsi di parlare come uno immagina parli il popolino per sembrare meno Palazzo o addirittura «uno di noi», è tecnica antica e dubitiamo possa ancora funzionare.

In compenso, con questi toni e questo stile, Calenda piace all’elettorato di centrodestra, piace al Ministro leghista Giorgetti e piace a Renzi: se piace anche a Di Maio, è fatta – giusto?

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