Elezioni Roma: “Attenti a quei due”. Anzi, tre…  

di Redazione Commenta

Stesso atteggiamento e quasi stesso stile, dai palchi alle dichiarazioni social: insieme al Governo, poi separati da circostanze e posizioni, Renzi e Calenda continuano a condividere toni e modalità. Soprattutto oscillazioni, tra occuparsi del PD e criticarlo o non volere un Partito però fondarne uno. Cifra comune, l’ego.

Potente ma scostante – laddove uno era pronto a considerare fallita la sua esperienza politica e ritirarsi nel caso avesse perso il referendum costituzionale, e oggi parla e decide dagli scranni dello stesso Senato che voleva abolire, mentre l’altro aveva passato più di un anno a criticare il PD e oggi dichiara che, al secondo turno, chiederà ai suoi elettori di scegliere il candidato del PD.

Pur distanti come natali e percorsi, entrambi mal sopportano idee diverse o critiche di qualche tipo. Persino i tweet sembrano scritti dalle stesse mani – anche se la tensione sta giocando dei brutti scherzi al secondo, scivolato nelle ultime settimane verso uno stile meno elegante e non esattamente adatto a un “primo cittadino”. Un atteggiamento, quello del celodurismo, più pronunciato nel primo ma, in entrambi i casi, segnato da un ulteriore errore: quello di pensare che l’essere «popolari» nel senso di graditi e attraenti per le masse passi per l’assunzione di un lessico e di modi locali medio-bassi studiati a tavolino, senza capire che la reale vicinanza alle persone e alla loro realtà richieda una conoscenza più profonda e più sfumata, nata dal vissuto o dall’empatia. Perché non basta sforzarsi di parlare come uno immagina gli altri parlino, e nemmeno togliersi la cravatta e girare in camicia o maglione: sembrare meno «Palazzo», addirittura «uno di noi», è tecnica antica.

Certo, l’essere cresciuti in dei micro-mondi protetti può generare non poca autoreferenzialità, ma c’è una enorme differenza tra parlare con e parlare a le persone – e i due non parlano mai con le persone. Come se non scendessero mai dal loro personale palco, concentrati come sembrano ognuno sul proprio discorso interiore. E anche sulle selezionate frequentazioni, laddove le strade vengono battute principalmente in campagna elettorale: per il resto, ambienti di appartenenza o utili e opportuni, con il sostegno di sponsor non meglio precisati.

Storie diverse, stesse presunzioni. Non che siano gli unici, ci mancherebbe: dell’ego ipersviluppato e debordante ne soffrono in tanti. Ma tanti senza necessariamente lo stesso potere di rimescolar le carte, peraltro in nome di scopi ancora da capire.

Il 20 maggio di quest’anno, interpellato sul rapporto con «il rottamatore», Calenda rispondeva: “Come potrei essere il candidato sindaco di Matteo Renzi visto che sono la persona che ha litigato di più con lui negli ultimi anni? Io e lui abbiamo strade molto separate da molto tempo. Sono stato estremamente critico sul suo appoggio al Governo Conte, su molti dei comportamenti che ha tenuto. Non ci parlo credo da 4 mesi”. Combinazione, poco più di due settimane dopo arrivava la dichiarazione di Renzi: “Se fossi romano, voterei per Carlo Calenda” – a echeggiare quel “Se fossi romano, voterei Fini Sindaco” pronunciato nel 1993.

Vedremo, quali strade e quali mosse. Intanto, per la proprietà transitiva degli appoggi, forse i due dovrebbero parlarsi con Giorgetti…

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